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Il Governo naviga a vista

di Antonello Cherchi

Archiviata l'ennesima faticosa fiducia, per il Governo Berlusconi la strada non è affatto in discesa. I numeri al lumicino conquistati venerdì alla Camera dicono, anzi, che la situazione è quanto mai fluida. Basta un'assenza, il ripensamento anche momentaneo di un componente della maggioranza, l'allargamento della fronda interna, che il precario equilibrio si rompe. Il rischio di crisi dell'Esecutivo è, insomma, dietro l'angolo e da qui a gennaio ci sono appuntamenti che possono amplificarlo. Senza considerare che anche situazioni apparentemente innocue – come è stato per la votazione sul rendiconto statale che ha poi innescato la richiesta di fiducia – possono trasformarsi in seri ostacoli.

Nell'agenda governativa c'è segnata con il rosso la nomina del governatore della Banca d'Italia. Mario Draghi si prepara a lasciare via Nazionale e prendere possesso, dal 1° novembre, della presidenza della Bce. Il passaggio di testimone deve, dunque, avvenire senza indugi, tanto più in un periodo di crisi come questo. Nella maggioranza non c'è, però, unanimità sul nome: il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, i cui rapporti con il premier Berlusconi si sono ulteriormente raffreddati dopo l'incidente sul rendiconto statale, appoggia il suo direttore generale, Vittorio Grilli, il quale ha ricevuto l'investitura anche dal capo della Lega, Umberto Bossi. Per Bossi la "milanesità" di Grilli lo rende preferibile al romano Fabrizio Saccomanni, direttore generale della Banca d'Italia, che invece rappresenterebbe una soluzione interna gradita a via Nazionale e non invisa a Berlusconi.

Altra scadenza da segno rosso è la presentazione del decreto legge per lo sviluppo. Il fatto che, nonostante l'urgenza, continui a slittare, deve essere letto anche come conseguenza delle difficoltà interne al Governo di trovare la quadra. Emblematica è la querelle dei giorni scorsi sulla possibilità di un nuovo condono, avversato da Tremonti, ma sponsorizzato da altri rappresentanti della maggioranza, tra cui Osvaldo Napoli, vicepresidente dei deputati Pdl.

Le schermaglie su come e dove reperire i fondi per il rilancio – appurato ormai che non potrà essere un intervento a costo zero – fanno il paio con i mal di pancia generati dal disegno di legge di stabilità (l'ex Finanziaria) approvato venerdì. Lì dentro, infatti, ci sono i tagli alle risorse per le Forze dell'ordine e ai bilanci dei ministeri. Si è poi deciso come destinare (e non alle telecomunicazioni) le somme dell'asta per le frequenze, all'origine del braccio di ferro dei giorni scorsi tra Tremonti e il ministro per lo Sviluppo, Paolo Romani.

In campo finanziario il Governo non può non tener conto del nuovo monito della Bce a ridurre il debito, anche con nuove misure. Ma in queste condizioni, un'ulteriore manovra sarebbe per l'Esecutivo fonte di profondo stress.

C'è, poi, il pacchetto giustizia. Rinviata – ma non archiviata – la stretta sulle intercettazioni, si va avanti con la prescrizione breve, a cui sono collegate le sorti del processo Mills, che, se il calendario del tribunale di Milano venisse rispettato, potrebbe produrre la sentenza anche prima di Natale.

All'orizzonte c'è, infine, la pronuncia della Corte costituzionale sull'ammissibilità del referendum anti-Porcellum. È attesa per gennaio, ma se la Consulta dovesse ammettere il quesito, per il Governo sarebbe una bella grana.
 

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