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Il governo cerca 4,5 miliardi per i sussidi universali

Servono circa sei miliardi per far decollare nel 2022 la riforma degli ammortizzatori sociali. Un miliardo e mezzo arriverà dalle risorse destinate in un primo tempo a finanziare l’operazione cashback, ora sospesa dal governo Draghi, 4,5 miliardi andranno invece trovati entro la fine dell’anno per inserirli tra le poste della legge di Bilancio. È il quadro emerso ieri durante l’incontro tra il ministro dell’Economia, Daniele Franco, e quello del Lavoro, Andrea Orlando. Una riunione breve per avviare il confronto a livello tecnico sui costi della riforma. Le stime elaborate dall’Inps saranno esaminate dai tecnici del Mef e della Ragioneria dello Stato. Sul versante sociale, invece, il ministro Orlano incontrerà entro la fine della settimana i vertici di Confindustria, dopo aver già visto martedì i leader di Cgil, Cisl e Uil, Maurizio Landini, Luigi Sbarra e Pierpaolo Bombardieri. L’obiettivo del governo resta approvare la riforma entro luglio.I nuovi ammortizzatori sociali, disegnati all’insegna del principio del cosiddetto “universalismo differenziato” (uguali per tutti ma con distinzioni di durata e meccanismi di finanziamento in base al settore produttivo di appartenenza), costeranno di più per la fiscalità generale il primo anno (sei miliardi o poco più), ma poi la spesa comincerà a scendere (circa tre miliardi il secondo anno) fino a una media di due miliardi a regime, cioè al termine del triennio. Questo perché nella fase di avvio il contributo pubblico sarà più alto, per calare nel biennio successivo con la crescita contestuale dell’apporto a carico delle piccole imprese non industriali che oggi (pur avendo usato largamente la Cig Covid) non partecipano a sostenere il sistema. A regime le risorse pubbliche saranno destinare soprattutto a finanziare la Naspi, cioè l’istituto che interviene a sostegno del reddito di chi ha perso un’occupazione, mentre la cassa integrazione (resteranno quelle ordinaria e straordinaria, sarà invece abolita quella in deroga) assumerà sempre più le caratteristiche di un istituto assicurativo strettamente collegato alle politiche attive per il lavoro, in particolare nella versione che prevede l’erogazione della cassa integrazione contestualmente all’obbligo per il lavoratore di partecipare a corsi di formazione e riqualificazione professionale. La riforma degli ammortizzatori sociali, pur non essendo tra quelle indicate nel Pnrr (Piano nazionale di ripresa e resilienza), fa parte del pacchetto di interventi considerati comunque necessari per il raggiungimento degli obiettivi del Piano stesso.Le risorse che il ministero dell’Economia metterà a disposizione condizioneranno, ovviamente, le caratteristiche della riforma. Tanto che il ministro del Lavoro Orlando ha ipotizzato diversi moduli in base a quanto arriverà da Via XX settembre. Ciò non cambia, tuttavia, il disegno di massima della riforma che punta – sulla spinta anche delle indicazioni della Commissione europea – ad allargare la platea dei beneficiari degli ammortizzatori (non solo il lavoro dipendente, ma anche quello autonomo e con contratti precari) e ad estendere alle mini-imprese (quelle con meno di 5 dipendenti) i meccanismi di finanziamento con aliquote comunque ridotte. Il problema riguarda in particolare la aziende del commercio dal momento che quelle dell’artigianato, pur se di piccolissime dimensioni, partecipano ai fondi bilaterali che erogano anch’essi sostegni al reddito. Franco e Orlando, infine, condividono l’idea che gli ammortizzatori serviranno anche ad accompagnare i prossimi processi di ristrutturazione e digitalizzazione delle micro imprese commerciali, se queste vorranno restare sul mercato accedendo alle piattaforme per la vendita online.

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