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Il Governo avverte: il 51% resta pubblico

Il Governo dà un colpo di freno all’offerta pubblica lanciata da Mediaset attraverso RaiWay. In una nota ufficiale, infatti, ha spiegato che «un decreto della Presidenza del Consiglio dei ministri ha stabilito di mantenere in capo a Rai una quota del capitale non inferiore al 51%».
L’offerta presentata da EITowers, del resto, è valida se porterà la società a detenere una partecipazione pari almeno al 66,67% del capitale di RaiWay. La Rai controlla oltre il 65% del capitale dopo la quotazione a Piazza Affari di una parte della sua partecipata. Il Governo quindi frena ma ritiene «un successo la quotazione in Borsa», visto anche l’operazione lanciata da Mediaset, ma ricorda «l’importanza strategica delle infrastrutture di rete». L’opposizione però è critica: Altero Matteoli (Fi) sottolinea come la sinistra «dopo aver impedito a Berlusconi di svolgere a pieno la sua legittima attività politica ora vuole impedirgli l’esercizio di quella imprenditoriale». E il Movimento 5 Stelle, che evoca il sospetto che l’operazione RaiWay sia uno dei capitoli del Patto del Nazareno, vuole dare battaglia: «Siamo pronti a depositare un’interrogazione parlamentare nei prossimi giorni» per far luce su possibili speculazioni, ha detto il pentastellato presidente della Commissione di vigilanza della Rai Roberto Fico. Ironico Pierluigi Bersani, della minoranza Pd via Twitter: «Prima Mondadori-Rcs, poi Mediaset-RaiWay: ora aspetto che il Milan compri l’Inter»
Quella di Mediaset è un’offerta che può chiudere un ciclo. Quello di un sistema televisivo integrato verticalmente, con editori di contenuti multipiattaforma che sono, allo stesso tempo, anche titolari di frequenze e proprietari di impianti di trasmissione. È questa l’anomalia rispetto al resto d’Europa. Il cerchio potrebbe chiudersi con la creazione di un operatore “unico” per l’intero sistema televisivo, con la missione di eliminare duplicazioni, ridondanze, inquinamento elettromagnetico.
Sulla strada della conquista di RaiWay, però, c’è la questione del controllo pubblico, ma anche altri vincoli, come l’autorizzazione che il ministero dovrebbe dare alla Rai «per lo svolgimento delle attività di servizio pubblico» avvalendosi di RaiWay anche dopo l’acquisizione del controllo da parte di EITowers. Nel maggio 2016, tra l’altro, scade la concessione della Rai, che include anche la copertura del territorio attraverso la rete di RaiWay.
Attraverso la rete di trasmissione di Raiway si può raggiungere la quasi totalità della popolazione italiana dotata di un’antenna terrestre. Il pagamento del canone è legato non solo alla qualità dei programmi ma anche alla loro ricezione. Durante la transizione al digitale terrestre, ricevere il multiplex digitale con i canali generalisti del servizio pubblico è stata operazione difficoltosa, quando non probitiva, per milioni di italiani, dall’Emilia-Romagna al Veneto sino alla Puglia. Questo ha inciso sull’aumento dell’evasione e della morosità rilevato negli ultimi anni. La creazione di un operatore unico risolverebbe molti problemi di duplicazioni di torri e impianti, con riduzione dell’inquinamento, ma la cattiva ricezione non è tanto un problema di rete trasmissiva, quanto di frequenze. Ne sono un esempio eclatante le interferenze create, durante la transizione al digitale, da un rilascio delle stesse che non ha tenuto conto del Piano di assegnazione dell’Agcom e della necessità di non assegnare la stessa frequenza in aree contigue di regioni differenti. RaiWay, tra l’altro, potrebbe entrare in competizione con EITowers nel beauty contest indetto dalla legge di Stabilità per vedersi assegnare frequenze nazionali non ancora aggiudicate, la cui capacità trasmissiva andrà riservata alle emittenti locali.
La rete di trasmissione, non a caso, è ritenuta strategica dal Governo perché si tratta di un’infrastruttura pubblica che potrà essere utilizzata per trasmettere non solo i canali televisivi e radiofonici pubblici, la cui informazione ha rilevanza costituzionale, ma anche quelli di altri editori oltre a servizi di dati e di fonia mobile.
Siamo alla vigilia di un cambio nello standard televisivo, con le tecnologie cosiddette ULTRA-HD che aumenteranno la qualità dell’immagine e dell’audio, riducendo l’utilizzo di capacità trasmissiva. Sarà l’ultima chance, per la trasmissione televisiva terrestre, di reggere la competizione con la tv via Internet e mantenere l’attuale centralità nel consumo. Gli impianti di trasmissione, però, difficilmente diverranno obsoleti, vista la richiesta crescente e progressiva di frequenze oggi in uso da parte delle televisioni terrestri per i video diffusi in banda larga mobile. Il valore delle frequenze e degli impianti potrebbe quindi crescere con il passare degli anni e il congestionamento delle frequenze attualmente utilizzate per l’Internet in mobilità.
Il Governo, con la legge di Stabilità, ha deciso di mettere in gara per la banda larga le frequenze della cosiddetta Banda L, prima destinate alla radio digitale. Molti hanno interpretato tale decisione come una volontà di ridurre la “pressione” sulle emittenti televisive che non intendono lasciare i canali della cosiddetta banda 700. Prima o poi, tale banda andrà all’Internet mobile: chi avrà?in mano gli impianti e le frequenze avrà in mano una gallina dalle uova d’oro. O, da un’altro punto di vista, un’infrastruttura strategica per la crescita del?Paese. E del suo tasso d’innovazione.

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