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Il Governo apre agli avvocati

La riforma dell’ordinamento forense potrebbe essere figlia di una legge e non di un regolamento grazie a un’approvazione diretta in Commissione. Il governo sembra, infatti, intenzionato ad accontentare gli avvocati “stralciando” la loro posizione da quella degli altri professionisti. «Il ministro Paola Severino ha dato la sua disponibilità al passaggio del testo in commissione in sede legislativa per un’approvazione diretta – spiega il sottosegretario alla Giustizia, Salvatore Mazzamuto – ma certamente per questo servono dei tempi tecnici e tutto è rimandato probabilmente a dopo l’estate». Un risultato importante incassato grazie a un distinguo che si giustifica con il ruolo costituzionale dell’avvocatura, ma non solo.
Nello scacchiere delle riforme il sostegno di avvocati e magistrati è indispensabile per vincere una partita che l’Esecutivo non vuole perdere. «Il ministro Severino sta, giustamente, puntando molto sulla giustizia civile – sostiene Mazzamuto -: non bisogna dimenticare che la lentezza dei procedimenti costa un punto di Pil e, se non erro, la missione di Monti è quella di rimettere a posto i conti. Del resto le nostre riforme sono in linea con quelle volute da Alfano e da Palma, a cominciare dalla geografia giudiziaria».
Diversi i fronti sui quali il Governo si aspetta la collaborazione di magistrati e avvocati, primo tra tutti lo smaltimento dell’arretrato civile. «Il ministro incontrerà l’avvocatura il 26 luglio – dice Mazzamuto -. Serve disponibilità anche per mettersi alle spalle l’esperienza non riuscita delle sezioni stralcio – continua il sottosegretario – e dare vita al progetto di cooptare degli esterni da inserire in Cassazione e in Appello. Nel primo caso seguendo il criterio dei “meriti insigni”, mentre nel secondo l’idea è quella di reclutare avvocati e magistrati in pensione con meno di 75 anni di età. Stessa cosa per i giudici onorari che però devono avere almeno 10 anni di esperienza, mentre i notai potranno dare il loro contributo anche se in servizio. Certamente è un progetto oneroso, che potrebbe in parte essere finanziato con il Fondo unico per la giustizia».
Da Mazzamuto arriva anche l’annuncio di probabili correzioni di rotta sul fronte delle geografia giudiziaria. «Sono possibili correttivi che siano però giustificati da situazioni geografiche o sociali – spiega il rappresentante del Governo -: penso, ad esempio, al poco valorizzato criterio del tasso di criminalità organizzata o a quello della data recente di costruzione dell’edificio, come nel caso di Chiavari o di Castrovillari. Per il giudice di pace o le sezioni distaccate la scelta potrebbe essere condizionata delle caratteristiche del territorio, come nel caso delle isole o dell’alta montagna. Si tratta comunque di aggiustamenti che devono essere suggeriti dalla Camera o dal Csm».
Nella scommessa che l’Esecutivo vuole vincere per risolvere i problemi della giustizia rientra naturalmente anche il filtro in appello, che nella sua ultima versione ha incassato il gradimento del presidente del Cnf, Guido Alpa, che lo ha considerato un passo avanti. «Anche il nostro filtro si pone nel segno della continuità con quanto fatto dal Governo precedente. Il filtro in Cassazione – ricorda Mazzamuto – porta la firma di Alfano, così come il procedimento sommario o la mediazione, all’inizio fortemente osteggiata. Anche il filtro in appello ha avuto la sua quota di detrattori ma si tratta di critiche infondate. Nella norma c’è la garanzia del contraddittorio e l’eccessiva discrezionalità del giudice è scongiurata dall’obbligo di esprimersi sui motivi specifici».
Il sottosegretario, del resto, è convinto che la guerra non si può vincere con un’arma spuntata ma solo con uno strumento efficace in grado di dimezzare gli appelli infondati, che sono circa il 68 per cento.
Ma c’è ancora una ragione per cui il decreto Sviluppo deve arrivare in porto senza ulteriori modifiche.
«Tra gli interventi sul processo civile c’è anche quello grazie al quale abbiamo restituito alla Cassazione il suo ruolo di giudice di legittimità – sostiene Mazzamuto – elimindo la possibilità di ricorso in caso di motivazione insufficiente e contraddittoria, che aveva trasformato la Suprema corte in un giudice di terzo grado indotto a esprimersi anche sul fatto. Ora la strada di piazza Cavour è aperta solo quando l’omessa motivazione riguarda un elemento decisivo della controversia già trattato dalle parti. La Cassazione può riprendersi il non secondario ruolo di orientare i giudici di merito sul punto di diritto».

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