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Il giudice deve motivare le presunzioni in banca

Per applicare le presunzioni in tema di accertamenti bancari e, in particolare, sui prelevamenti, il giudice di merito deve argomentare le ragioni per le quali non ritiene convincente quanto addotto dal contribuente, non potendosi limitare a generiche considerazioni sul valore delle presunzioni in materia. A fornire l’interessante precisazione è la Corte di Cassazione, sezione tributaria, con l’ordinanza 16575/13 depositata ieri.
L’amministrazione effettuava indagini bancarie nei confronti di una società a responsabilità limitata sui conti e su quelli dell’amministratore. A fronte di prelevamenti ritenuti non giustificati, erano contestati maggiori ricavi imponibili. Avverso l’avviso di accertamento veniva proposto ricorso presso la competente commissione provinciale che lo respingeva.
Il contribuente lamentava in sostanza – oltre all’ illegittimità delle indagini sul conto privato dell’amministratore – di aver riportato nelle scritture contabili i prelevamenti contestati e, pertanto, di aver assolto l’onere probatorio previsto dall’articolo 32 del Dpr 600/73, con la conseguente inapplicabilità della presunzione di maggiori ricavi. Evidenziava poi che i verificatori non avevano ritenuto sufficiente tale prova sol perché nelle scritture contabili le operazioni erano state registrate come prelevamenti per cassa, mentre le somme erano state utilizzate per pagare i fornitori.
Anche la Ctr confermava la rettifica dell’Ufficio. Nella circostanza i giudici di appello evidenziavano la correttezza dell’imputazione a ricavi dei versamenti eseguiti sul conto corrente bancario, in mancanza di prova contraria fornita dalla parte. Inoltre le risultanze del conto non intestato direttamente alla società, bensì all’amministratore, erano utilizzabili dal fisco se accertato, anche a mezzo di presunzioni semplici, come nella specie, che le operazioni si riferivano all’impresa.
Ricorreva per cassazione la società lamentando che il giudice di merito non aveva in alcun modo chiarito gli elementi utilizzati ai fini del proprio convincimento, atteso che tutti i prelevamenti risultavano dalle scritture contabili (ancorchè, per errore in contabilità, detti prelevamenti erano indicati per cassa e non per pagamento fornitori). Di conseguenza era perfettamente rispettata la previsione dell’articolo 32 a mente della quale tali operazioni sono considerate ricavi, sempreché non risultano dalle scritture contabili. I giudici di legittimità hanno accolto il ricorso evidenziando innanzitutto che erroneamente la Ctr si riferiva a «versamenti» e invece si trattava di «prelevamenti» palesando in ciò di non aver ben centrato la questione. Poi la Suprema Corte ha precisato che il giudice deve argomentare le ragioni del proprio convincimento, non essendo sufficiente riferirsi a generiche affermazioni circa la presunzione posta dal ripetuto articolo 32, anche perché, nella specie, la società effettivamente aveva fornito delle precise giustificazioni.
La pronuncia della Corte va accolta con estremo favore perché, finalmente, si richiama l’attenzione dei giudici di merito sulla necessità di argomentare determinate decisioni ancorché apparentemente sorrette dall’esistenza di una presunzione legale. In realtà in questi anni si è spesso assistito da un lato, da parte dell’amministrazione, alla contestazione quasi automatica di prelevamenti e versamenti rimettendo l’idoneità della giustificazione addotta, al buon senso del verificatore, e, dall’altro da parte dei giudici, alla conferma conseguente della presunzione prevista in materia, senza valutare la fondatezza di tali giustificazioni.
Vi è ora da sperare che questa pronuncia possa segnare un’inversione di tendenza, onde evitare che, alla fine, con gli accertamenti bancari sia penalizzato, il distratto o chi ha di fronte un funzionario poco avvezzo a recepire le giustificazioni, e non il vero evasore.

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