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Il giro d’affari dell’industria arretra del 4%

È bastato un trimestre a capovolgere i conti del Top Industria. Il fatturato omogeneo dell’aggregato, che al termine del 2012 appariva in crescita del 9%, il 31 marzo di quest’anno ha segnato un calo di poco inferiore al 4 per cento. La metà del peggioramento è stata determinata dall’Eni, che ha diminuito le vendite del 6 per cento. Se dal campione escludiamo Eni, Enel e le altre utilities, compresa Telecom Italia, il calo degli altri gruppi industriali si riduce al 2 per cento. Se però scendiamo nei dettagli scopriamo che imprese quali A2a e Mediaset hanno subito crolli pesanti, con ricavi in contrazione rispettivamente del 26% e del 16 per cento. E che la flessione del 2% del fatturato di Fiat è stata determinata per tre quarti dalle minori consegne di autoveicoli Chrysler sul mercato americano laddove la stessa Chrysler aveva contribuito nel 2012 in modo determinante all’incremento dei ricavi del gruppo.
È comunque il margine a destare maggiore preoccupazione. Il Mon (Margine operativo netto o Ebit) della sola industria manifatturiera, ossia i ricavi aggregati delle imprese non energetiche, detratti i costi e gli ammortamenti, è tracollato di venti punti, avvicinandosi al dato di fine 2009. Ed è sceso di oltre otto punti anche il Mon aggregato dei servizi, settore considerato anticiclico, che ha raggiunto un livello inferiore a quello antecedente l’inizio della grande crisi.
La recessione non ha risparmiato nemmeno le aziende dell’energia, il cui Mon è arretrato di sei punti, al livello del secondo semestre 2010. A2a, la utility dei Comuni di Milano e Brescia, ha ridotto le vendite all’ingrosso di gas in Italia e quelle di elettricità all’estero. Ed Eni, oltre a risentire del calo del prezzo del petrolio e delle vendite di greggio di produzione propria, ha chiuso il bilancio della divisione Gas & power con una perdita operativa di circa 150 milioni (contro un utile operativo di circa un miliardo nello stesso periodo dell’anno precedente) per la diminuzione dei prezzi del metano sul mercato interno. La discesa del Mon del campione è imputabile all’80% proprio al gruppo del “cane a sei zampe”, che ha quasi dimezzato il proprio margine, dai 6,6 miliardi del primo trimestre 2012 a 3,7 miliardi.
Il Mon in rapporto al fatturato è calato invece di quasi tre punti rispetto allo stesso periodo del 2012 e sono andati indietro di due punti e mezzo anche il risultato corrente e il risultato netto (sempre in rapporto alle vendite). È andata di pari passo peggiorando la situazione debitoria. L’esposizione finanziaria dell’aggregato è cresciuta dell’1,2% rispetto al 31 dicembre 2012, da 245 a 247,9 miliardi. In particolare, Eni ha aumentato i debiti di 1,9 miliardi, Fiat di 1,2 miliardi e Finmeccanica di 700 milioni, mentre Telecom e Snam li hanno ridotti nell’ordine di 600 e di 400 milioni.
È invece scesa, dal 116% al 113%, l’incidenza dei debiti finanziari sui mezzi propri, il che lascerebbe presumere un miglioramento della struttura finanziaria del campione. In realtà, per valutare appieno la solidità patrimoniale dell’aggregato, il termine di paragone corretto non è tanto il capitale netto quanto il capitale netto tangibile (ossia il primo depurato dagli avviamenti e dalle altre attività immateriali). In sostanza, lo stesso principio applicato alle banche con gli accordi di Basilea, secondo cui il capitale di vigilanza va calcolato al netto degli attivi immateriali, si considera di fatto ormai esteso alle società industriali. Sul tema si è pronunciato anche l’Esma nel gennaio 2013 nell’ambito di uno studio su 235 società quotate. Per la federazione europea delle autorità di vigilanza finanziaria, che ha sede a Parigi, le società industriali debbono ricalcolare gli avviamenti adeguandoli ai valori di mercato. È ragionevole presumere che molte delle acquisizioni realizzate nei periodi di crescita non abbiano generato cassa sufficiente a giustificare i prezzi di acquisto. Proprio per questo diverse imprese potrebbero essere costrette a svalutare gli avviamenti, facendo precipitare i conti in rosso.
Il problema è serio per le aziende del campione il cui valore degli attivi immateriali supera quello del patrimonio netto. Versano in questa condizione Autogrill (con intangibles pari al 262,5% del patrimonio netto), Fiat con il 232,5%, Finmeccanica con il 203%, Telecom Italia con il 170%, Lottomatica con il 162%, Mediaset con il 128%, Campari con il 112,5% e Luxottica con il 108 per cento.
Per ogni euro di patrimonio netto tangibile l’aggregato industriale (al netto dell’Eni) possiede 14,3 euro di debiti finanziari.
È in diminuzione del 3,3% rispetto al dicembre 2012 la liquidità complessiva. Fiat Industrial l’ha ridotta di 1,1 miliardi, Telecom di un miliardo, Enel di 800 milioni e Finmeccanica di 700 milioni. Liquidità in aumento di 2,3 miliardi, invece, per Eni, di cui 879 milioni per l’incasso dell’ultima rata di vendita del 30% di Snam a Cassa depositi e prestiti. Parmalat, Impregilo, Diasorin, Tod’s e STMicroelectronics presentano disponibilità liquide superiori al debito finanziario.
Le società hanno reagito alla congiuntura consolidando o cedendo attività. In marzo è stato approvato il progetto di fusione per incorporazione di Gemina in Atlantia, cui fanno capo adesso Austostrade, Autogrill e Aeroporti di Roma. In aprile la Salini ha concluso l’Opa su Impregilo, di cui ormai possiede il 92% del capitale. Valore dell’operazione, un miliardo. Nello stesso mese di aprile Telecom Italia Media ha ceduto alla Cairo l’intera quota de La7 per un milione di euro a fronte dell’impegno della società acquirente a ricapitalizzare il network televisivo per un importo tale da garantirgli una posizione finanziaria netta di almeno 88 milioni. Ed infine in maggio l’Eni, su richiesta del governo Monti, ha ceduto ad investitori italiani ed esteri l’11,69% di Snam, incassando 1,458 miliardi.

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