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Il Gip: black out nei controlli Saipem

Pietro Varone, ex chief operating officer della Saipem, arrestato venerdì 26 luglio, attende la decisione del tribunale del riesame che si riunirà lunedì 12 agosto per vagliare la scarcerazione dell’ex manager chiesta dai suoi legali.
Intanto gli organi di polizia internazionali sono alla ricerca degli altri due destinatari della misura: Farid Bedjaoui, il braccio destro dell’ex ministro dell’energia algerino Chekib Khelil e il suo faccendiere, il tunisino naturalizzato svizzero Samyr Ouraied. I tre sono ritenuti dai pm Fabio De Pasquale e Giordano Baggio, gli elementi cardine di un esteso sistema di corruttela internazionale basato su contratti di intermediazione fittizi confezionati “su misura” per giustificare passaggi di denaro a funzionari pubblici algerini e a manager italiani.
Sulla vicenda sta indagando anche la magistratura algerina che ha ragione di sospettare un coinvolgimento nell’affaire dell’ex ministro dell’Energia locale.
Il fulcro intorno al quale si snoda l’intera vicenda ha un nome: Pearl Partners Limited, base a Hong Kong e filiale a Fujairah, negli Emirati Arabi Uniti. È questa la società madre riconducibile a Bedjaoui che a partire dal 2007 intrattiene stabili rapporti economici con la struttura estera del gruppo Saipem: rapporti quantificati dai militari del Nucleo di polizia tributaria di Milano in quasi 200 milioni di euro spalmati su quattro contratti di intermediazione. Da notare che, in quell’anno, non si era ancora perfezionata l’operazione che portò la Snam Progetti a essere assorbita in Saipem e dunque l’intera organizzazione può a buon diritto essere considerata un lascito ereditario da parte della vecchia ragione sociale.
Ed è appunto sulla Pearl Partners Ltd centro d’affari e di smistamento di tangenti che si appunta l’attenzione di Alfonsa Ferraro, il Gip di Milano che ha controfirmato la misura di custodia. I contratti di intermediazione proprio per la loro intrinseca delicatezza sono, e non da oggi, oggetto di particolari e selettive attenzioni da parte degli organi di controllo interni delle aziende, e sono soggetti a specifiche due diligence e a screening valutativi particolarmente stringenti. Nonostante questo il Gip scrive: «(…) delle attività della società Pearl Partners e segnatamente della sua filiale di Fujairah negli Emirati, non vi è traccia alcuna nelle fonti pubblicamente accessibili, neppure un sito web o un recapito e che nessuna documentazione è stata reperita presso Saipem a sostegno dell’effettività dell’attività svolta da Pearl Partner, (…) E tuttavia – prosegue il Gip – la conclusione ed esecuzione dei quattro contratti d’intermediazione risulta essere stata (ai tempi; ndr) assistita da pareri legali interni ed esterni, confezionati da vari studi legali e ha superato tutte le verifiche delle funzioni di compliance e di audit tanto in Saipem quanto a livello della controllante Eni, nonché il vaglio dei revisori e del collegio sindacale di entrambe le società».
Dunque la Pearl che in realtà – per i magistrati– era una società fantasma superò sempre ogni scoglio di vigilanza interna. Un black out nei controlli che ha coinvolto entrambe le società: Saipem ma pure Eni, che tuttavia ribadisce «La propria estraneità ai fatti e sottolinea di essere venuta a conoscenza di alcune presunte irregolarità solo alla fine di novembre 2012 attivandosi nell’ambito delle sue competenze di azionista rilevante e collaborando con la magistratura».

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