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Il giorno del vertice Ue. Con il Jobs act sul tavolo

Nell’Europa che ci governa le parole contano, eccome. Così, nelle ultime ore, Italia e Germania sembrano riavvicinarsi con una manciata di parole dopo i contrasti degli ultimi tempi sulla flessibilità e la crescita, e forse si riavvicinano anche a causa delle difficoltà economiche sperimentate da Berlino. Di colpo, la Germania spiega infatti di appoggiare in generale Roma sulle sue riforme: «Sulla crescita non c’è un conflitto basilare fra Berlino e Roma. C’è una serie di strumenti per la crescita, che possono essere utilizzati, e la questione è come implementare nel modo più efficace i mezzi a disposizione». 
Ma le altre parole che il governo tedesco usa subito dopo per integrare la sua spiegazione, hanno una vaghezza che ha ben poco di teutonico, e un’indeterminatezza che ha molto di mediterraneo. Per esempio, il governo tedesco smentisce che Angela Merkel — lo soffiavano alcune voci — abbia deciso di piantare a metà il vertice europeo sull’occupazione convocato per oggi a Milano dalla presidenza italiana della Ue, e di non partecipare così alla conferenza stampa finale con Matteo Renzi. Secondo l’ultimo programma ufficiale, Merkel e il premier italiano ci saranno insieme a François Hollande, Barroso e Van Rompuy. Ma ancora una volta, la smentita ricorda certi labirinti degli specchi nei luna-park di un tempo, o anche le acrobazie delle ombre cinesi: «La cancelliera tornerà in Germania alla fine del vertice. Come sempre, quando abbiamo finito, ci fa piacere rientrare a casa…».
Formalmente, questo vertice che pure riunisce capi di Stato e di governo (15 su 28) non è poi un vertice ma una «conferenza», così hanno voluto certi mugugni tedeschi nel cuore dell’estate. Essendo assai magro, a dir poco, l’ordine del giorno, tutto ruoterà intorno alle notizie attese da Roma: cioè al voto di fiducia sul Jobs act, che Renzi potrà gettare sul tavolo per mostrare agli altri leader la buona fede e la buona volontà dell’Italia nel proseguire sulla strada delle riforme.
Uno o due mesi fa, il tema preannunciato da Roma era «crescita, investimenti e lavoro», oggi è rimasto solo il lavoro, o l’occupazione, sempre per via di malumori germanici (traducibili in qualcosa come «e se la parola “crescita” finisse per eclissare il “rigore”»?). Ieri, a scanso di equivoci, il solito portavoce della cancelleria di Berlino ha aggiunto: «Il patto di stabilità e crescita non sarà un tema del vertice di Milano. Non posso escludere che alcuni rappresentanti di alcuni paesi vorranno parlarne, ma il patto era che questo vertice sarebbe stato solo sul lavoro». Ce n’è anche per chi, a Roma o a Parigi, ha parlato di imposizioni tedesche: «Il patto di stabilità e crescita è stato deciso insieme, non è una invenzione tedesca. Sono stati presi degli accordi, e sarà adesso la Commissione europea a valutare».
Resta comunque, e non come fattore secondario, quel sostegno dichiarato a Renzi dal governo tedesco sulla riforma del lavoro. Anche se Berlino precisa subito di non poter «esprimere giudizi» sugli affari di un altro Stato.

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