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Il giallo sui dossier di Cottarelli «Trasparenza, vanno pubblicati»

Ma che fine ha fatto il dossier Cottarelli con tutte le sue proposte per eliminare gli sprechi della spesa pubblica? Dello studio fatto dal commissario alla spending review conosciamo solo una parte, le slide pubblicate quasi un anno fa, più qualche analisi messa dallo stesso Cottarelli sul suo blog . Ma non i documenti dei 25 gruppi di lavoro che hanno fatto proposte per i singoli settori. Alcune associazioni ne hanno chiesto notizie alla presidenza del consiglio e al ministero dell’Economia. Ma le risposte sono state quanto meno evasive. 
«Questo dipartimento non possiede gli atti richiesti» scrivono da Palazzo Chigi il 17 dicembre scorso, aggiungendo che Cottarelli si «avvaleva delle risorse umane e strumentali del ministero dell’Economia». Allora le stesse associazioni si rivolgono al ministero dell’Economia. Ma anche qui la risposta, arrivata il 16 gennaio, è sfuggente: «Non ci è possibile procedere a quanto da lei richiesto in quanto la documentazione non è in nostro possesso, non facendo parte il commissario di questo ministero». Le associazioni sono quelle che hanno lanciato in Italia Foia.it, una campagna per avere anche nel nostro Paese il cosiddetto Freedom of information act , cioè una legge che sull’esempio di quanto fatto negli Stati Uniti quasi 60 anni fa, obblighi la pubblica amministrazione a rendere accessibili tutti i propri atti ai cittadini. Non solo alle persone che hanno un interesse diretto al documento in questione, come stabilisce la legge italiana, ma a tutte quante, come dice invece la legge degli Stati Uniti e di un’altra ottantina di Paesi che l’hanno presa a modello. «Nessuno si renda conto fino in fondo della gravità di quanto è successo» dice Elena Aga Rossi, storica e professoressa universitaria che come presidente di Foia.it aveva mandato al governo le richieste di documentazione. «Si era parlato della spending review come panacea di tutti i mali — spiega —, come la strada migliore per eliminare quei tagli lineari che diminuiscono i servizi senza rimuovere gli sprechi. E invece quei documenti restano chiusi nei cassetti. In altri Paesi sarebbe inammissibile».
Dicono fonti autorevoli, anche se mai confermate ufficialmente, che il presidente del Consiglio giudicasse non soddisfacente il lavoro di Cottarelli e che questa diversità di vedute sia stata all’origine del ritorno del commissario al Fondo Monetario Internazionale. Si dice anche che il governo abbia fatto in realtà una scelta «politica», scartando l’ipotesi di nuovi tagli che avrebbero potuto far avvitare la recessione. Ma questo, secondo la professoressa Aga Rossi, non cambia la sostanza: «Le proposte di Cottarelli colpivano sprechi e privilegi corporativi, cercavano di razionalizzare il sistema. Per questo è stato “silurato”. Renzi ha detto che voleva decidere lui, ma cosa ha deciso? I cittadini hanno diritto di sapere cosa è stato prodotto con i soldi pubblici. Ed è triste vedere tanta indifferenza di fronte a un problema così cruciale».
Per questo Foia.it invita tutti i cittadini a firmare l’appello per avere anche in Italia una legge come quella americana. Ma forse il pressing sta dando qualche frutto. Il governo sta valutando cosa fare di tutto il materiale lasciato dal commissario alla spending review . La pubblicazione non è esclusa.

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