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Il gelo del ministro Padoan “Era meglio un decreto così troppi favori ai furbi”

Il lungo braccio di ferro fra “condonisti” e “rigoristi” non è finito, ma con la ripresa della discussione parlamentare della volontary disclosure per il rientro dei capitali si paleseranno le posizioni. E verrà allo scoperto l’atteggiamento del governo. Il ministro Padoan ha espresso tutta la sua insofferenza in primavera per le lungaggini della discussione parlamentare. Non ha mai digerito l’iter del provvedimento: nato come decreto (fotocopia di un decreto del precedente governo decaduto per la crisi), quindi stralciato perché abbinato chissà perché al “salva-Roma” che doveva essere approvato in fretta, al momento di rivedere la luce è diventato un ddl. Un iter contorto per un provvedimento di questa rilevanza.

Di qui settimane di tensione, finché è lo stesso premier, in una tesa riunione a Palazzo Chigi nei giorni delle europee, a distribuire le carte. D’accordo, il Parlamento ha i suoi tempi, dice, però è meglio così: qualunque misura varata nel clima pre-voto si presterebbe a strumentalizzazioni. Troppo simile a un condono, troppo tintinnante di manette. Appena le elezioni saranno passate però è il caso di darsi una mossa, fermo restando, dice Renzi, che è meglio una soluzione politica, cioè il disegno di legge. Il tutto con l’amara consapevolezza, dice il premier con imbarazzo, che più il pendolo tende verso un condono, più capitali rientrano. Però va fatto con dignità, senza cedimenti sulle tasse pregresse che vanno comunque pagate né eccessivi sconti di sanzioni.
Padoan accetta a denti stretti ma con disciplina questo schema ma resta convinto che un decreto secco sarebbe più incisivo contro gli evasori e meno esposto agli emendamenti annacqua-severità tipici della discussione parlamentare. Il ministro riesce solo ad imporre che almeno partecipino alla preparazione, redazione e vaglio degli emendamenti compresi, il sottosegretario Luigi Casero (protagonista anche del precedente decreto Letta-Saccomanni) e il consigliere Vieri Ceriani, anch’egli al secondo tentativo in altrettanti governi. Così accade negli ultimi giorni, quando matura il sostanziale appoggio del governo al “ravvedimento speciale”. Con una clausola: la disclosure degli italiani abbinati agli esportatori di capitali (soci d’affari, parenti, beneficiari di soldi provenienti da un’unica operazione) deve essere uguale del tutto a quella di chi questi fondi li aveva esportati. Stesse informazioni, stessi dettagli, stessa modulistica, stessi controlli.
Ma la vera partita si gioca sulle depenalizzazioni. In assenza del reato di falso in bilancio ( thanks toBerlusconi) e in assenza della sospirata riforma di altri due reati pesantissimi, corruzione e riciclaggio, il pericolo di regalare l’impunità a chi ha allegramente omesso di riempire il quadro Rw del modello Unico è ben presente a governo e maggioranza. La depenalizzazione pure di questa frode fiscale è affiorata più volte su proposta di Forza Italia durante la discussione, nei mesi in cui il provvedimento navigava nelle acque carsiche dell’indecisione sul grado di “durezza” da adottare. Il partito dell’ex-premier ha altresì tentato di far rientrare la sanatoria sui capitali nel maxi-provvedimento appunto sulla corruzione che dovrà veder la luce, ma per fortuna si è capito che così non se ne sarebbe mai usciti. E alla fine si è almeno tenuto fermo il punto-base: le imposte evase vanno pagate. Possiamo fare qualche sconto solo sulle sanzioni.
C’è un altro fronte ancora da tener d’occhio. Lo stesso Vieri Ceriani è andato decine di volte negli ultimi mesi a Berna nel tentativo di convincere gli svizzeri ad aderire al protocollo per la disclosure completa delle attività degli italiani nella Confederazione. Un’anticipazione della caduta del segreto bancario prevista per il 2017, e un’adesione alle indicazioni che l’Ocse caldeggia da tempo immemorabile. È una questione cruciale per gli esportatori di valuta: secondo le regole internazionali se il Paese che li ha generosamente ospitati e coperti aderisce a comportamenti di trasparenza, esce dalla blacklist. E se entra nella white list, pene e sanzioni a carico di chi vi ha trovato rifugio si allentano. La speranza viene come in tanti casi dall’America: Obama ha imposto, a colpi di multe plurimiliardarie alle banche svizzere e di minacce di escluderle dalle operazioni internazionali, quella trasparenza che chiede l’Italia. Sarebbe una rivoluzione. Ma la Svizzera (dove si annida buona parte delle ingenti risorse italiane all’estero) ancora non è pronta.
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