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Il garante europeo della privacy «A rischio i nostri dati su Google»

Ieri il Parlamento europeo e il Consiglio Ue hanno formalizzato la nomina di Giovanni Buttarelli come European data protection supervisor (Edps), garante europeo della protezione dei dati personali. Magistrato ordinario dal 1986, Buttarelli (classe 1957, nato a Frascati) è stato segretario generale dell’Autorità garante per la protezione dei dati personali in Italia dal 1997 al 2009, e vice dell’Ufficio europeo dal 2009. È la sua prima intervista nel nuovo incarico. Risponde in collegamento Skype da Bruxelles.
Privacy. Lei lo pronuncia all’inglese (pri-va-cy) o all’americana (prai-va-cy)?
«Tutt’e due, a seconda della collocazione geografica del discorso».
C’è chi ha commentato la sua nomina come «un successo italiano». È corretto?
«Sì. Credo sia un’occasione da capitalizzare come sistema-Paese. L’Italia è sottorappresentata nelle istituzioni europee a livello amministrativo-burocratico. Questa è un’importante carica dal punto di vista gerarchico. Siamo un Paese fondatore dell’Ue. Possiamo e dobbiamo fare e contare di più nei processi decisionali».
«Il Garante europeo della protezione dei dati è un’istituzione sempre più importante, ma ancora da costruire a pieno. Ragione in più per scegliere un leader carismatico», ha detto Eva Joly, membro della commissione Libe (Libertà civili, giustizia e affari interni) del Parlamento europeo. Lei è un leader carismatico, dottor Buttarelli?
«I requisiti prevedevano la scelta di una persona capace di rappresentare la protezione dei dati ai più alti livelli internazionali. Mi auguro che la scelta abbia avuto successo. C’è una top ten list di esperti credibili nel mondo, ed è una lista abbastanza attendibile».
Molto bene. Ma non ha risposto alla domanda. Lei è un leader carismatico?
«Credo di avere attendibilità a livello internazionale per far passare questi principi su scala non solo europea. In questa materia non basta il politico affascinante che seduce, ci vuole un lavoro di lungo respiro. Sono qui dopo un investimento di oltre vent’anni».
Lei si chiede in un tweet, in inglese: «Big data (una raccolta di dati tanto grande e complessa da richiedere strumenti differenti da quelli tradizionali, ndr ) è una sfida troppo grande per la protezione dei dati? La riforma Ue è abbastanza robusta/flessibile per affrontare la questione su scala mondiale?». Può rispondere a se stesso, se vuole.
«Sì, la riforma europea è la risposta alla rivoluzione Big data. Non è necessario ripensare i principi di tutela dei diritti, bensì applicarli in modo completo. Ci vuole una privacy digitale, dinamica, fresca, sburocratizzata e soprattutto attenta alle nuove tecnologie. Non possiamo pensare che ogni nuova tecnologia detti soluzioni nella forma “prendere o lasciare”. C’è anche una valutazione di sostenibilità, di accettabilità etica. Non possiamo avere diritti fondamentali low cost».
Una priorità?
«Nel post-mondo della sorveglianza globale, la riforma della privacy dev’essere assolutamente approvata entro il prossimo anno, in modo definitivo: è la mia priorità delle priorità. Applicheremo queste leggi nel mondo a chiunque offrirà beni e servizi a individui in Europa, o li profilerà. Anche se solo due dei venti big data player sono stabiliti nell’Unione. I dati sono il petrolio del futuro, il sangue vitale dei processi decisionali, ma possono essere anche un’arma nucleare».
Non rischiamo il «tecnopanico», come l’ha definito Jeff Jervis?
«Io non ho una “Googlefobia”. Spero che il dialogo transatlantico prosegua e il Ttip (Transatlantic trade and investment partnership, Trattato transatlantico per il commercio e gli investimenti, ndr ) veda presto la luce: è il trattato dei trattati. Ma non a spese dei diritti fondamentali».
Lei è d’accordo nel separare il motore di ricerca dai servizi commerciali di Google?
«Non è una mia competenza. Diciamo però che abbiamo chiesto alle autorità che si occupano di antitrust di incorporare i principi di privacy nelle loro attività».
Il Corriere in estate ha intervistato Eric Schmidt, il numero uno di Google. Ci ha detto: «Google oggi è il posto più sicuro dove mettere i propri dati». È d’accordo?
«Sicuro per chi? Per chi li maneggia o per gli utenti? Se parlava degli utenti, non sono d’accordo. Credo che i nostri dati saranno sempre di più nelle nuvole, ma i nostri diritti devono stare con i piedi per terra. Non devono essere virtuali. C’è ancora poca trasparenza sull’uso delle informazioni personali, anche per giuste finalità di law enforcement ».
The Economist sostiene che dobbiamo farci un esame di coscienza: le iniziative contro Google non sono un modo per difendere l’arretratezza tecnologica europea?
«Un autorevolissimo esponente americano mi ha detto: “Per i prossimi 5-6 anni il dialogo sarà tra la Silicon Valley e Bruxelles. Bruxelles il centro di gravità delle regole, la California il centro delle tecnologie. Washington vedrà passare questi flussi del dialogo”. L’Europa ha l’obbligo, in base al nuovo trattato di Lisbona, di legiferare. Non è una facoltà o una scelta. E credo che Google come tutti gli altri grandi player abbia tutto l’interesse ad avere regole armonizzate. Oggi dialoga con 28 Paesi, domani avrà un solo interlocutore europeo».
La sua immagine dei flussi tra la California e Bruxelles è affascinante, ma a Washington, che sta nel mezzo, c’è gente abile nell’acchiappare le informazioni che passano. Dica la verità: quando ha letto dello scandalo Nsa/Datagate è rimasto sorpreso, almeno dalle dimensioni del fenomeno?
«Tutti i servizi del mondo che fanno attività di intelligence devono spiare. Come magistrato ritengo che, se lo fanno sobriamente, in un quadro di maggiore trasparenza, ne guadagnano loro stessi. L’appetito bulimico delle informazioni non giova. La trasparente sobrietà aiuta ad avere credibilità nei confronti del cittadino. C’è un accordo in definizione con gli Stati Uniti (Umbrella agreement). Mi auguro di collaborare alla sua conclusione entro il prossimo anno».
Diritto all’oblio. Che senso ha l’intervento della Corte di giustizia, se su Google.com tutto rimarrebbe invariato?
«Pochi giorni fa, 28 autorità nazionali e la nostra autorità europea hanno approvato un documento che dice chiaramente: questo “spezzatino” non ha cittadinanza nella normativa attuale. Non possiamo operare una distinzione in base al posto in cui una società mette i server o crea il suo quartier generale. Prodotto globale, tutela globale».
Google, Facebook e gli altri dovrebbero usare default setting che garantiscono la privacy, e lasciare agli utenti la possibilità di rinunciarvi (opt-in). Mentre, come sa, oggi avviene il contrario: uno è dentro e, se proprio vuole, esce (opt-out). Possiamo chiedere questo ai grandi operatori della Rete?
«Non dobbiamo “chiedere” a queste società di farlo. Questa è la regola europea. Che poi queste società sviluppino applicazioni contrarie a questi principi — sulle quali poi fanno sistematicamente marcia indietro — è un’altra cosa».
Lei ha un account Twitter, con soli 351 follower, il 351° sono io. L’ultimo suo tweet (in tutto sono 15) è del 21 maggio. Perché sta su Twitter, allora?
«Mi aspettavo la domanda e ho la risposta pronta. Doveroso self-restraint (auto limitazione ndr ) nel corso della lunga procedura di selezione. Ora twitterò di più, promesso. Mi sono anche preso la libertà di aprire un blog personale: spero di poterlo fare all’inizio dell’anno».
Il suo incarico viene definito dai media Data protection watchdog, letteralmente «cane da guardia della protezione dei dati». Lei è autorizzato a mordere o solo ad abbaiare?
«Questa piccola Autorità abbaierà di meno. Occuparsi di diritti fondamentali non significa essere fondamentalisti. Non siamo gli ayatollah della protezione dei dati, ma vogliamo svolgere un ruolo importante. Dobbiamo essere efficaci, però. Non solo mordere, ma esserci. Non si riduce a una questione di tutela dei diritti: stiamo parlando dell’assetto della società futura. Dobbiamo prevenire forme postmoderne di totalitarismo democratico».

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