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Il garante della legalità «più selezione sugli appalti, non forzate le regole»

La grande quantità di denaro che affluirà nel nostro Paese con il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) «inevitabilmente consoliderà il potere economico di alcuni soggetti. Tutto questo non può avvenire senza trasparenza. Non possiamo abbassare la guardia proprio adesso. A vincere deve essere il migliore».

Giuseppe Busia, 52 anni, nuorese, da quasi un anno siede sulla poltrona già di Raffaele Cantone, che in cinque portò l’Autorità nazionale anticorruzione a diventare l’arbitro indiscusso in tema di appalti pubblici. Da allora molta acqua è passata sotto i ponti se Busia sente l’urgenza di richiamare il legislatore a non forzare troppo le regole esistenti e la pubblica amministrazione a rispettarle rigorosamente.

Presidente, lei è già intervenuto più volte sulle semplificazioni legate all’attuazione del Pnrr. Eppure tutti sottolineano la necessità che venga attuato al più presto.

«Il nostro Paese ha chiesto all’Ue più soldi possibili da spendere entro il 2026. Non possiamo ignorare però che la velocità ha un prezzo: l’investimento fatto in corsa costa di più in termini di materiali, di manodopera, oltre ai mancati controlli. Per questo i progetti devono essere davvero necessari perché domani saranno debito pubblico nazionale e europeo».

In che modo si possono selezionare i progetti «necessari»?

«La selezione spetta al governo e al Parlamento. Va evitato che questa grandissima quantità di denaro pubblico comporti un “effetto di spiazzamento” rispetto alle risorse private. Risorse importanti rischiano di restare parcheggiate sui conti correnti con perdite sia per i titolari che per il Paese. Dobbiamo allungare lo sguardo oltre il 2026 mobilitando anche le risorse private con adeguato trasferimento di rischi sui privati coinvolti nei progetti».

E cosa c’entra con la qualità dei progetti?

«C’entra: nella misura in cui un privato si accolla il rischio di un progetto in qualche modo produce la controprova della sua validità futura».

In sostanza lei rilancia il partenariato pubblico-privato che così poco ha funzionato finora?

«Storicamente quando il pubblico non ha avuto abbastanza soldi, ha sollecitato il privato a anticiparli. Ora però i soldi ci sono e il pubblico ha maggiore potere contrattuale. Ma servono amministrazioni capaci che non si facciano “catturare” dal privato, finendo per accollarsi tutti i rischi, come spesso è successo nel passato. Per questo servono competenze specialistiche che non sono così diffuse, quindi vanno rafforzati i centri di competenza mettendoli al servizio di altre amministrazioni».

A questo proposito, lei ha criticato l’assunzione di dirigenti pubblici dall’esterno.

«Ho detto solo che quei dirigenti andrebbero presi tra le persone che abbiano superato almeno un concorso. Il concorso serve a selezionare il merito».

Lei ha protestato contro il ministro della Funzione pubblica, Renato Brunetta, perché le aveva sfilato la vigilanza sulla trasparenza facendo affluire al ministero una serie di dati sensibili. Com’è finita?

«La prima versione del decreto prevedeva questo passaggio ma contrastava con gli impegni assunti dall’Italia con l’Europa in tema di corruzione. Il controllore deve essere indipendente e non può essere all’interno del governo. Adesso abbiamo instaurato un buon dialogo con Brunetta e speriamo di proseguire in questa direzione».

Ma il decreto è cambiato?

«Sono stati inseriti piccoli correttivi ancora non sufficienti per evitare duplicazioni e messaggi sbagliati».

Che messaggi?

«Tornare a controlli non indipendenti sarebbe stato un pessimo segnale anche per gli investitori internazionali. Esiste un rating anticorruzione che dal 2014 è migliorato di 17 posizioni grazie al nostro lavoro. Oggi, oltre a dover gestire i miliardi del Pnrr, l’Italia ha la presidenza del G20. Usiamola per fare passi avanti».

Per esempio?

«C’è un gruppo del G20 sulla corruzione e lì stiamo lavorando a metodi scientifici per la sua misurazione oggettiva, visto che gli attuali rating si basano solo sulla percezione».

Come si fa a misurare oggettivamente la corruzione?

«Attraverso una serie di indicatori. Per esempio, lo spezzettamento degli appalti per farli restare sotto soglia, la partecipazione sistematicamente scarsa alle gare, sono segnali. Avere dei criteri oggettivi ci consentirà di indirizzare l’azione dove serve davvero».

Torniamo all’Anac. Qualcuno ha criticato che lei abbia chiesto l’assunzione di 32 funzionari.

«Nel Pnrr c’è un fondamentale rafforzamento della nostra Banca dati dei contratti pubblici, chiesto dalla Commissione europea, con l’obiettivo di registrare dal primo all’ultimo atto delle procedure, anche semplificandole e velocizzandole. Le risorse servono a questo».

Oggi non tutte le amministrazioni usano piattaforme interconnesse.

«Ma il decreto ora prevede l’obbligo di connettersi e registrare tutti gli atti. Così come ci sarà il fascicolo virtuale dell’operatore economico che raggrupperà tutte le informazioni che oggi vanno chieste all’Agenzia delle Entrate, all’Inps, ecc. Questo renderà più efficaci i controlli anche sui subappaltatori».

Lei sostiene che il decreto Semplificazioni, all’esame della Camera, va corretto. Come?

«Il decreto è generalmente condivisibile. Ma, ad esempio, è stata alzata la soglia degli affidamenti diretti per servizi e forniture di beni fino a 139 mila euro. Mi pare eccessivo e ci espone a un’infrazione comunitaria».

Ha anche proposte nuove?

«Sarebbe necessario individuare chi è il titolare effettivo di ogni appalto. Spesso l’amministrazione si ferma al primo livello societario senza indagare su chi sono i soggetti nelle cui mani finiscono davvero i soldi pubblici».

Che effetto ha avuto la pandemia sulle gare?

«C’è stata un’accelerazione degli affidamenti e questo, in diversi casi, ha portato a spendere troppo per l’acquisto di alcuni beni, al di là dei singoli episodi corruttivi».

Cosa ci insegna quest’esperienza?

«Che l’unione fa la forza anche in materia di contratti pubblici: l’Ue ha comprato i vaccini in blocco e ha trovato difficoltà, figuriamoci cosa sarebbe successo a una Regione o un’Asl che si fosse avventurata da sola a farlo. Abbandoniamo le gelosie del localismo, creiamo stazioni appaltanti forti e capaci di difendere l’interesse pubblico anziché alimentare clientele locali».

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