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Il Garante blocca Google “Informazioni personali solo con l’ok degli utenti”

IL GARANTE della Privacy mette i paletti a Google per tutelare gli utenti italiani che usano gratuitamente i servizi o il motore di ricerca del gigante di Mountain View. Lo fa con il primo provvedimento in Europa di questo genere, il numero 353 firmato il 10 luglio 2014 ma reso noto ieri, che prescrive al colosso americano di non poter più usare i dati dei naviganti per ricavare dei profili da vendere alla pubblicità senza aver prima ottenuto il consenso preventivo degli interessati e, soprattutto, senza aver dichiarato in modo esplicito di svolgere questa attività a fini commerciali. Le misure stabilite dall’autorità presieduta da Antonello Soro arrivano alla fine di un’istruttoria avviata il 2 aprile 2013, dopo che la società americana aveva unificato in un unico documento le settanta diverse regole di gestione dei dati un tempo in vigore e corrispondenti alle varie funzionalità offerte. Fino al 1° marzo 2012, infatti, la posta elettronica Gmail, il social network Google Plus, la gestione dei pagamenti online Google Wallet, la diffusione dei filmati su YouTube, le mappe online di Street View o l’analisi statistica di Google Analytics, giusto per citare i servizi più popolari, avevano rispettato policy diverse. Confluite poi in una gestione integrata dei dati degli utenti raccolti attraverso i vari prodotti, che di fatto consente la messa a punto di profili commerciali più raffinati. Questo cambio di rotta del colosso con 70 sedi in 40 paesi del mondo è finito sotto la lente anche di altre autorità di protezione dei dati europee. La novità delle conclusioni tirate da quella italiana sta nel fatto di non aver solo richiamato Google al rispetto della disciplina della privacy ma di aver indicato in concreto quali azioni adottare per conformare la sua policy alla legge italiana. Le misure prescritte coincidono ad alcune criticità individuate dal Garante durante la sua istruttoria e riguardano tre punti principali: l’informativa agli utenti ritenuta inadeguata, una mancata richiesta preventiva di consenso per creare con i dati personali dei profili commerciali, i tempi incerti di conservazione dei dati dopo la richiesta di cancellazione degli utenti. Per mettersi in regola Google ha a disposizione diciotto mesi. «La società —assicura un portavoce — continuerà a collaborare con l’Autorità e analizzerà il provvedimento per definire i prossimi passi». Entro il 30 settembre il colosso deve presentare un protocollo vincolante che stabilisca i tempi e i modi per adeguarsi alla legge italiana e per ricevere l’attività di controllo dell’Autorità.

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