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Il G20 porta frutti

L’esempio di San Marino decreta il successo del G20 nella crociata ai paradisi fiscali. La conferma è contenuta nei numeri resi noti dalla Banca centrale del Titano relativi all’andamento del sistema finanziario della Rupe. Nell’ultimo anno, la raccolta totale delle banche sanmarinesi si è stabilizzata a cavallo dei 7,2 miliardi di euro. Un salto indietro del 50% rispetto ai valori sbandierati fino a pochi anni prima dall’Istituto centrale di San Marino. Basti pensare che alla fine del 2007 il Titano poteva vantare una raccolta totale di 14,2 miliardi di euro, scesa a 13,8 nel 2008, e ancora più giù fino a 13,7 miliardi nel giugno 2009. Da quel momento in avanti il crollo è stato senza fine. Era il mese di aprile del 2009 quando i paesi membri del G20 riuniti a Londra, aprivano le danze alla lotta all’evasione internazionale perpetrata per il tramite dei paradisi fiscali. La strategia passava attraverso la definizione di tre liste di paesi destinate a segnare lo spartiacque tra governi buoni, meno buoni e cattivi. «I ministri delle finanze del G20 inizieranno presto a studiare le sanzioni da applicare ai paradisi fiscali non cooperativi identificati dalla lista nera resa dell’Ocse», aveva tuonato in quell’occasione il ministro delle finanze francese, Christine Lagarde, minacciando sanzioni anche per gli istituti che intrattenevano relazioni con centri finanziari considerati borderline. Alle parole sono seguiti i fatti. E i fatti hanno prodotto un fuggi fuggi degli evasori verso porti più sicuri. Alcuni, ove possibile, hanno scudato i propri capitali. Mentre altri, hanno spostato i fondi neri dai paesi a fiscalità opacizzata verso i paladini del segreto bancario a tutti i costi.

In questo balletto, San Marino ha dovuto arrendersi alle circostanze. E come piccola Repubblica inglobata nel territorio italiano, si è trovata a dover fare i conti con un vicino di casa più robusto. Niente da fare, dunque, davanti allo scudo fiscale di tremontiana memoria, prima, e al braccio di ferro del governo di Roma per la firma dell’accordo fiscale bilaterale. Risultato, il sistema finanziario del Titano ne ha fatto le spese, schiacciato sotto il peso della fuga di capitali. Ma non solo. La blacklist italiana ha determinato anche una moria di imprese sulla Rupe. E quelle poche rimaste ancora in vita sembrano risentire dei venti di crisi che spirano sull’Europa. Ancora una volta sono i dati della Banca centrale a chiarire lo stato di emergenza. Nell’ultimo anno i debiti verso le banche sono aumentati di quasi il 30% passando da 247 a 313 milioni di euro.

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