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Il G20 a consulto sull’euro. Una difesa da 430 miliardi

LOS CABOS (Messico) — Dopo più di una dozzina di conversazioni telefoniche, due videoconferenze e tre faccia a faccia — tutti nei primi mesi del 2012 — Barack Obama ritrova stamattina Angela Merkel al vertice di Los Cabos nel momento più grave per l’Europa e più pericoloso per la stabilità economica del mondo. Obbligato a tentare di rassicurare i mercati e i suoi elettori, il presidente americano spingerà fin dove gli è consentito sul pedale delle pressioni che esercita da mesi sul cancelliere tedesco perché Berlino si assuma le responsabilità e gli oneri principali per il salvataggio dell’euro.
Un estenuante pressing con alle spalle la Federal Reserve sempre pronta a interventi monetari d’emergenza: la leadership americana non può offrire molto di più al G20 che si riunisce oggi in Messico, a Los Cabos, l’estrema punta della Bassa California protesa nel Pacifico. Una fila infinita di alberghi e resort alternati ai campi da golf, macchie verdi su una terra desertica, davanti a un tratto di mare celebre per il passaggio delle balene. Una località isolata, difficile da raggiungere, scelta dai padroni di casa messicani per promuovere il loro turismo, ma anche per ridurre il rischio di proteste e disordini.
Rimane il fatto che un G20 concepito come direttorio del mondo, si trova derubricato, almeno nell’edizione 2012, a «rito di passaggio»: una tappa intermedia verso il Consiglio europeo del prossimo fine settimane nel quale la Ue si giocherà il suo futuro. Ma secondo il direttore generale dell’Fmi, Christine Lagarde, per superare la crisi dell’eurozona serve un coordinamento globale: «non può essere relegato alla Ue il compito di risolvere la grave situazione». L’euro, ovviamente, non è l’unico tema in agenda, ma è diventato quello di gran lunga prevalente. Altri grossi temi — come la guerra civile in Siria e il nucleare iraniano — verranno affrontati nelle discussioni che si svolgeranno ai margini del G20: soprattutto negli incontri bilaterali che Obama avrà stamattina col neopresidente russo Vladmir Putin e con quello cinese, Hu Jintao, prima dell’inizio del vertice.
Passaggi delicati per il presidente americano: Washington è irritata per i veti russi che bloccano i tentativi dell’Onu di spingere Assad a farsi da parte, avviando una transizione simile a quella in corso nello Yemen, ma non vuole compromettere fin dall’inizio i rapporti con un interlocutore «scomodo» ma potente come Putin. Tanto più che, dopo la chiusura dei passaggi via Pakistan, per la Nato sono diventati ancora più essenziali i corridoi russi per i convogli diretti in Afghanistan.
Anche sull’Iran, sia pure con qualche reticenza, la collaborazione con Mosca e Pechino alcuni frutti li sta dando e gli Usa non vogliono perderli proprio ora che, con l’embargo che sta diventando molto più stringente, i leader di Teheran potrebbero ritrovarsi per la prima volta davvero alle strette.
Quanto all’euro, al di là delle dichiarazioni finali di sostegno e fiducia che certamente non mancheranno, dal G20 (i Grandi dell’Occidente, più le potenze emergenti come Cina, India e Brasile, e altri Paesi di peso nelle varie aree del mondo, dall’Arabia Saudita all’Australia) le cose che ci si possono ragionevolmente aspettare sono due. 1) Le decisioni sulla ripartizione dei 430 miliardi di dollari che i Paesi membri verseranno al Fondo Monetario per consentirgli di partecipare all’allargamento del «firewall» da erigere a protezione della moneta unica. È atteso, ma ancora non c’è, l’accordo sulla partecipazione dei recalcitranti Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa) che vogliono contare di più. E che a Los Cabos potrebbero fare la voce grossa con la Ue.
2) Anticipazioni più chiare sul piano che tra meno di una settimana dovrebbe far fare un salto di qualità alla «governance» dell’Europa. Gli europei hanno promesso di mettere in comune politiche fiscali e supervisione delle banche, di cedere sovranità politica all’esecutivo di Bruxelles, ma il timore è che anche stavolta ci si limiti a illustrare piani generici.

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