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Il futuro è adesso: i dati diventano moneta sonante

Una vera e propria rivoluzione. Con la direttiva europea sui diritti del consumatore digitale, non solo si tutelano i diritti dell’utente, che sono parzialmente diversi da quelli riconosciuti da tempo a tutti i consumatori, proprio per la caratteristica intrinseca dei prodotti digitali (diritto all’aggiornamento, per esempio), ma, in questo contesto, si riconosce di fatto che il corrispettivo del servizio digitale possono essere i dati personali. Un modello utilizzato ampiamente da anni, su cui si sono costruiti business miliardari, ma che non era ancora stato riconosciuto e recepito dal legislatore. Ora invece si riconosce che il dato ha un valore, come il denaro, e può essere utilizzato per pagare la merce. Di fatto si mandano in soffitta tutte le elaborazioni teoriche sui dati come diritto della personalità, sulle quali è stata costruita, tra l’altro, la cervellotica disciplina di tutela della privacy.
Un approccio pragmatico di questo tipo era già stato sostenuto dal Tar Lazio, in una sentenza contro Facebook, nella quale si riconosceva che quando un soggetto apre un account i suoi dati hanno un valore economico; quindi, se Facebook sostiene che il servizio è gratuito ma poi utilizza commercialmente i dati degli utenti fa comunicazione ingannevole: infatti, proprio per questo, Facebook era stato condannato dall’antitrust.
Ora arriva il riconoscimento legislativo del fatto che i servizi digitali possono essere pagati anche tramite dati. E nel momento in cui si qualifica una certa entità come moneta, cioè strumento di pagamento, allora il passo successivo potrebbe essere quello della vendibilità esplicita dei dati.
Ma il passaggio ha bisogno di ulteriori approfondimenti. Perché le informazioni diventino moneta bisogna infatti capire come calcolare questo valore. Si tratta di un valor reale: è stato calcolato che Facebook guadagna per ogni utente americano 18 dollari al mese. Ma molto difficile da mettere a fuoco da un punto di vista legislativo. Si pongono infatti problemi di regolamentazione del mercato di non poco spessore: per esempio i dati delle persone hanno tutti lo stesso valore oppure quelli di certe categorie valgono di più e altre di meno? Per essere più espliciti: il valore dei dati personali è direttamente proporzionale alla capacità di spesa?
Da un punto di vista giuridico ciò sembrerebbe in contrasto con l’uguale dignità di ogni persona. D’altra parte, bisogna essere ciechi per non riconoscere che i dati hanno già un valore commerciale tanto che vengono acquistati e venduti e ci sono società che fanno guadagni miliardari. E d’altra parte un approccio pragmatico di questo tipo è un colpo di maglio a tutta la borbonica legislazione sulla privacy che pretende di tutelare i dati personali con scartoffie e burocrazia.
Gli scenari che si stanno aprendo sono decisamente innovativi, da una parte il mercato, dall’altra tutta una serie di costruzioni giuridiche che comincia a scricchiolare. Il futuro è alle porte. Anzi, è già qui.

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