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Il «Friuli felix» ora scopre di essere l’epicentro della crisi

Nel Friuli Venezia Giulia la crisi dell’industria manifatturiera si è fatta sentire con effetto ritardato. Fino al 2012 tutto sommato le grandi imprese del territorio non avevano dato segnali allarmanti e se qualche prezzo lo si era pagato era finito sul conto sia dei distretti più lenti nell’innovazione sia della filiera del mobile-arredo. Ora però, con il rischio chiusura della Ideal Standard e con l’altrettanto grave pericolo di un totale disimpegno della svedese Electrolux dall’Italia, in poche settimane l’ex terra felix si è ritrovata ad essere l’epicentro della crisi industriale e del conflitto sindacale. Lo stabilimento di Orcenico (450 addetti nelle ceramiche) è presidiato ed è stato impedito al direttore del personale di entrare nel suo ufficio, il traffico sulla statale Pontebbana viene interrotto dai manifestanti delle due fabbriche quasi a giorni alterni. Le istituzioni locali e le associazioni di rappresentanza hanno finora risposto con un apprezzabile livello di coesione ma la tensione è destinata a crescere. Pur essendo accomunate dalla dimensione Ideal Standard ed Electrolux hanno un differente rapporto con il territorio: la prima è controllata dal fondo Bain Capital che non ha avuto remore nei giorni scorsi a rompere il negoziato aperto presso il ministero dello Sviluppo economico con grave disappunto dei rappresentanti del governo, la seconda ha la fama di «multinazionale gentile» avendo intrattenuto, negli anni intercorsi dall’acquisizione della Zanussi ad oggi, relazioni proficue con gli enti locali e il sindacato.
Differente è quindi la cultura delle relazioni industriali e se c’è possibilità che dalla crisi si esca con progetti di innovazione sociale bisognerà guardare alla sola Electrolux. La Ideal Standard ha tre stabilimenti in Italia (Orcenico in Friuli, Trichiana in Veneto e Roccasecca nel Lazio) ma il calo della domanda e problemi di competitività hanno spinto i manager a concepire un piano di ridimensionamento che prevede perlomeno la chiusura del primo, se non di un secondo impianto. A meno che, come è trapelato negli incontri dei giorni scorsi, non si faccia avanti un compratore. Delle fabbriche Electrolux in Italia quella che sembra essere più a rischio è proprio la friulana Porcia (1.200 addetti) seguita a ruota dalla lombarda Solaro e dalla veneta Susegana. Nell’impianto vicino Pordenone che produce lavatrici è già previsto un taglio di circa 200 colletti bianchi ma i sindacati hanno il timore di ulteriori riduzioni di personale a fronte di trasferimenti di produzioni verso la Polonia, considerata l’Eldorado del costo del lavoro.
Formalmente la proprietà svedese si è impegnata ad adottare le decisioni definitive per l’Italia dopo una ricognizione congiunta con i sindacati sulle condizioni di competitività degli impianti e sulle possibili soluzioni per rilanciarla ma in molti temono una pura tattica dilatoria che alla fine non eviterà né i tagli in corsa né la decisione definitiva di Electrolux di lasciare l’Italia entro il 2017, cancellando così 3 mila posti di lavoro diretti. Come è possibile evitare il peggio? La prima strada, quella che tutti a Pordenone preferirebbero, consiste nella riduzione selettiva (e congrua) del cuneo fiscale a favore dell’industria degli elettrodomestici, la seconda dovrebbe concretizzarsi invece a legislazione vigente e quindi più complessa da progettare. Per evitare quella che in Friuli considerano una deindustrializzazione e una perdita di competenze specialistiche (anche l’indotto se ne andrebbe giocoforza in Polonia) si dovrebbe operare una riduzione secca dei salari compensata da interventi di welfare aziendale magari favoriti dallo Stato, che eviterebbe però di pagare una lunga cassa integrazione. L’Electrolux a quel punto dovrebbe scegliere il male minore perché anche cancellare posti di lavoro costa (tra gli 80 e i 100 mila ciascuno).

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