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Il fornitore recupera l’Iva se il cliente è insolvente

Se l’insolvenza del cliente determina la risoluzione del contratto, il fornitore deve poter recuperare l’Iva versata all’erario; questa eventualità, infatti, non rientra nella disposizione che attribuisce agli stati membri la facoltà di non consentire la riduzione dell’imponibile a causa di mancato pagamento del corrispettivo. È quanto si desume dalla sentenza della Corte di giustizia Ue del 15 maggio 2014, C-337/13, che chiarisce la portata dell’art. 90 della direttiva 2006/112/Ce del 28 novembre 2006 sul sistema comune dell’Iva.

Tale disposizione, al paragrafo 1, prevede che in caso di annullamento, recesso, risoluzione, mancato pagamento totale o parziale o riduzione di prezzo dopo il momento in cui si effettua l’operazione, la base imponibile dell’Iva è debitamente ridotta alle condizioni stabilite dagli stati membri. Il paragrafo 2, tuttavia, accorda agli stati membri la facoltà di derogare al paragrafo 1 in caso di mancato pagamento del corrispettivo. Va ricordato che di questa facoltà di è avvalsa implicitamente e parzialmente l’Italia, in quanto l’art. 26, secondo comma, del dpr 633/72 consente la rettifica della fatturazione per mancato incasso del corrispettivo soltanto in relazione all’esito dell’infruttuosità di procedure concorsuali o esecutive.

Esaminando le questioni sollevate dai giudici ungheresi in relazione ad una cessione di beni risolta per l’insolvenza del cessionario, nella citata sentenza, a proposito della discrezionalità concessa agli stati membri dalla disposizione del paragrafo 2 dell’art. 90, la Corte ha osservato che se il mancato pagamento, totale o parziale, del prezzo si verifica senza che vi sia stata risoluzione o annullamento del contratto, l’acquirente resta debitore del prezzo convenuto e il venditore, per quanto non più proprietario del bene, dispone sempre in linea di principio del suo credito, che può far valere in sede giurisdizionale. Poiché però non si può escludere che tale credito divenga di fatto non recuperabile, la direttiva ha inteso lasciare a ciascuno stato membro la scelta di stabilire se la situazione di insolvenza, che di per sé, diversamente dalla risoluzione o dall’annullamento del contratto, non pone nuovamente le parti nella situazione iniziale, attribuisca diritto alla riduzione della base imponibile, oppure se tale diritto debba essere precluso. Fatta questa precisazione, la corte ha quindi ritenuto conforme alla normativa comunitaria una disposizione nazionale che, non prevedendo la rettifica nell’ipotesi di insolvenza, abbia implicitamente fatto uso della deroga del paragrafo 2 dell’art. 90, a condizione che tale disposizione preveda esplicitamente tutte le altre situazioni nelle quali, ai sensi del paragrafo 1, la rettifica è ammessa. Dalla pronuncia si desume, dunque, che se il mancato pagamento del corrispettivo dà luogo a risoluzione del contratto, la rettifica dell’imponibile deve essere consentita perché si fonda, appunto, sulla risoluzione delle obbligazioni e non sulla mera insolvenza della controparte. La sentenza chiarisce poi che le disposizioni dell’art. 90, par. 1, della direttiva hanno effetto diretto e possono essere invocate dai soggetti passivi davanti ai giudici nazionali, anche se gli stati membri possono stabilire talune formalità senza però eccedere quanto necessario ai fini del controllo della corretta applicazione.

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