Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Il Fondo monetario taglia le stime sull’Italia

Il Fondo monetario taglia ancora le stime sulla crescita in Italia, ma il suo capo economista, Olivier Blanchard, sostiene che, se il Governo italiano, e quello spagnolo, continueranno sulla strada delle riforme, per la crisi dell’eurozona «c’è una ragionevole speranza che il peggio possa essere alle nostre spalle».
Nelle nuove previsioni del World Economic Outlook, che aggiornano quelle del luglio scorso, gli economisti dell’Fmi indicano contrazione dell’economia italiana del 2,3% quest’anno e dello 0,7% il prossimo, in entrambi i casi con una riduzione dello 0,4% rispetto alle stime di tre mesi fa. La cifra del 2013 a questo punto si discosta abbastanza nettamente da quella indicata dal Governo (-0,2%) nella recente Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza.
Solo nell’ultimo trimestre del 2013, secondo il Fondo, l’Italia riguadagnerà, si fa per dire, la crescita zero. L’anno prossimo, il nostro sarà l’unico dei grandi Paesi ad accusare un dato annuo negativo, precedendo solo la Spagna, che subirà una contrazione dell’1,3%. Inevitabilmente, la disoccupazione, che segue con ritardo l’evoluzione dell’economia, è destinata ad aumentare: nelle previsioni dell’Fmi passerà dall’8,4% dello scorso anno al 10,6% di quest’anno all’11,1% del prossimo.
Italia e Spagna sono, nell’opinione di Blanchard, la possibile chave di volta della crisi dell’euro. «Nel breve periodo – sostiene l’economista francese – sono necessarie misure immediate. Spagna e Italia devono continuare con i piani di aggiustamento che ristabiliscano la competitività e l’equilibrio fiscale e mantengano la crescita. Per farlo, devono essere in grado di ricapitalizzare le banche senza aumentare il debito pubblico (un riferimento soprattutto alla Spagna ndr). E devono potersi finanziare a tassi ragionevoli». In parte, l’aggiustamento della competitività auspicato dal capo economista dell’Fmi sta già avvenendo. Il deficit delle partite correnti della bilancia dei pagamenti scenderà quest’anno all’1,5%, dal 3,3% del prodotto interno lordo dell’anno scorso.
Nelle nuove previsioni del Fondo monetario, il deficit pubblico italiano scenderà dal 3,8% del prodotto interno lordo del 2011 al 2,7% del 2012 e all’1,8% del 2013. Più che a questi valori nominali, l’Fmi invita però a fare riferimento, come ha indicato di recente anche il Governo, all’indebitamento strutturale, depurato cioè dagli effetti del ciclo economico e dalle misure una tantum. Questo, secondo l’istituzione di Washington, che comincerà oggi a Tokyo i suoi lavori autunnali in vista dell’assemblea annuale del fine settimana, passerà da un deficit dello 0,6% quest’anno a un surplus dello 0,6% l’anno prossimo, un risultato migliore di quello degli altri grandi Paesi, Germania compresa. Il debito pubblico italiano continuerà a crescere, secondo l’Fmi, dal 126,3% del pil del 2012 al 127,8% del 2013 e nel 2017 sarà ancora al 120% del pil.

Sul fronte della ripresa mondiale, sempre più debole, la responsabilità è nelle mani dei politici in Europa e negli Usa. L’Fmi ha ridimensionato ieri le previsioni, che aveva rivisto al ribasso non più tardi di tre mesi fa, per la crescita mondiale, che ora vede al 3,3% quest’anno e al 3,6% l’anno prossimo. I rischi sono aumentati, commenta il Fondo, e sono considerevoli.
«La crisi nell’area dell’euro resta la minaccia più ovvia allo scenario globale», osserva il World Economic Outlook. La previsione di base degli economisti del Fondo è che i Governi adottino politiche che migliorino le condizioni finanziarie per i Paesi della periferia dell’eurozona. La Bce ha fatto la propria parte, sostiene il Weo, ora tocca ai Governi attivare il fondo salva-Stati Esm (il che formalmente è avvenuto ieri) e cominciare ad attuare misure per l’unione bancaria e una maggior integrazione fiscale. L’altro scacchiere sul quale l’Fmi attende la mossa dei politici è quello del bilancio degli Stati Uniti, dove senza un accordo per eliminare il cosiddetto “fiscal cliff” si produrrebbero drastici aumenti di tasse e tagli di spesa automatici, tali da precipitare l’economia in recessione.
Nel 2013, le economie avanzate cresceranno solo un modesto 1,5%, poco di più del 2012. A livello globale, quindi anche nei Paesi emergenti, il settore manifatturiero ha rallentato nettamente. Le forze che frenano sono l’aggiustamento dei conti pubblici e la persistente debolezza dei sistemi finanziari.
In Europa, il Fondo vede dei progressi nell’affrontare la crisi, a livello dei singoli Paesi e a livello europeo, ma ritiene che «a meno che vengano adottate presto ulteriori azioni, il recente miglioramento dei mercati finanziari potrebbe rivelarsi passeggero». Il Weo ritiene essenziali tre punti: il sostegno ai Paesi in difficoltà soggetti a pressioni dei mercati, l’iniezione diretta di capitale nelle banche e l’unione bancaria.
Il principale fattore di sostegno alla crescita è stata finora una politica monetaria accomodante, con tassi d’interesse molto bassi e programmi per ridurre i rendimenti in particolari settori o migliorare l’intermediazione finanziaria. Con le pressioni inflazionistiche nell’eurozona limitate, e in discesa nel 2013, c’è addirittura un 25% di possibilità di prezzi in calo. Questa proiezione, secondo l’Fmi, dà alla Bce ampia giustificazione per tenere i tassi d’interesse bassi o tagliarli ulteriormente.

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

«È cruciale evitare di ritirare le politiche di sostegno prematuramente, sia sul fronte monetario ...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Dopo aver fatto un po’ melina nella propria metà campo, il patron del gruppo Acs, nonché preside...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Una forte ripresa dell’economia tra giugno e luglio. È su questo che scommette il governo: uscire...

Oggi sulla stampa