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Il Fondo monetario: l’Italia crescerà meno

Il rischio maggiore che minaccia il percorso di rafforzamento della crescita dell’economia globale viene dall’Europa ed è la deflazione. Lo dice il Fondo monetario internazionale che ieri con il capo economista Olivier Blanchard ha illustrato l’aggiornamento delle sue previsioni. La possibilità che la ripresa venga bloccata dal rapido raffreddamento dei prezzi è del 10-20%, spiega Blanchard, ma rappresenta il rischio più forte di ribasso sia a livello mondiale (la crescita globale accelererà al 3,7% nel 2014 e al 3,9% del 2015 dal 3% registrato lo scorso anno) sia a livello europeo (per l’Eurozona il Fondo vede una crescita dell’1% nel 2014 e dell’1,4% nel 2015). In questo quadro l’Italia è l’unico Paese tra quelli avanzati per cui gli economisti di Washington rivedono al ribasso la previsione per il 2014: l’aumento del Pil (Prodotto interno lordo) pari allo 0,7% indicato in ottobre e confermato nei giorni scorsi dalla Banca d’Italia viene limato allo 0,6%. Il decimo del punto tolto nelle previsioni 2014 viene poi restituito in quelle del 2015 quando, secondo il Fmi, il Pil dovrebbe aumentare dell’1,1% invece che dell’1%. Le stime sono ben diverse per la Germania (Pil in salita dell’1,6% quest’anno e dell’1,4% il prossimo) mentre in Francia l’economia dovrebbe espandersi dello 0,9% e dell’1,5%.

L’Italia è dunque in ritardo nella ripresa e a testimoniarlo ieri sono arrivati anche i dati dell’Abi sulle sofferenze bancarie, cioè sui prestiti non rimborsati: a novembre hanno sfiorato la cifra record di 150 miliardi in crescita di quasi il 23%. Questo vuole dire che oltre un milione e 250 mila clienti, con finanziamenti nella grandissima parte inferiori a 125 mila euro, non sono riusciti a restituire né interessi né capitale e che i crediti maggiormente a rischio rappresentavano il 7,8% del totale degli impieghi, mentre alla fine del 2007, prima della crisi, erano pari al 2,8% del totale. Situazione difficile anche sul fronte della raccolta, che ha chiuso il 2013 con un calo dell’1,8% a causa del crollo delle obbligazioni (-9,4%) non compensato dai depositi.
Quanto all’inflazione, nel periodo 2005-2013, l’inflazione per le famiglie con la spesa media più bassa è aumentata del 21,8% a fronte del 17,7% registrato per le famiglie con la spesa più alta e del 19% dell’indice generale.

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