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Il fondo d’arte e quel «crack» da 180 milioni

Si chiama Dionysos art fund, è stato costituito nel 2009 e un paio di mesi fa è finito in fallimento. Era, all’epoca, uno dei primi fondi dedicati al mondo dell’arte e a decretarne la fine è stato il Tribunale del Lussemburgo dopo un paio di tentativi di liquidazione volontaria e una richiesta di liquidazione giudiziale. La storia è certamente curiosa. Sulla carta, il fondo, lanciato grazie al conferimento di un’ottantina di opere di arte antica, per lo più da parte di un unico socio, la Kionfer corp, società con sede a Panama, avrebbe un patrimonio “stimato” di circa 180 milioni e debiti ai quali non riesce a far fronte di una decina di milioni, buona parte dei quali, nei confronti della società di gestione, la Fenice sa con sede in?Svizzera. Il resto andrebbe in parte versato ai depositari delle opere e un’altra quota a Banque Privée de Rothschild che avrebbe fornito una linea di credito da circa 2 milioni per la quale erano state date in garanzia opere del valore presunto di 24 milioni. L’aggettivo presunto non è casuale. E per capirlo bisogna percorrere a ritroso la vicenda. La prima decisione di procedere a una liquidazione volontaria del fondo viene presa nel 2013 complice i rapporti tesi tra alcuni soci, il principale, la Kionfer, farebbe riferimento a un tale Franco De Matteis che risulta essere stato proprietario negli anni ’90 di una galleria d’arte a Morcote, vicino Lugano. Il compito di chiudere il fondo viene affidato a Fenice ma, nei mesi successivi, l’accesa dialettica tra i soci comporta una staffetta con l’ingresso in campo dello studio?Rock di Milano. Siamo più o meno a novembre 2014, lo studio, dopo una veloce analisi del fondo, si accorge che manca liquidità e chiede agli azionisti il versamento di mezzi freschi. Tra i quotisti, peraltro, risulterebbe anche Bsi. I soci rispondono picche, si tenta la strada della liquidazione giudiziale ma il Tribunale decide per il fallimento. E, in questo contesto, ciò che più stupisce sono gli esiti sulla valutazione del patrimonio compiuta dallo studio Rock. Un esempio? I 24 milioni di euro di opere date in garanzia alla banca varrebbero appena 1 milione, cifra neppure sufficiente per ripagare l’istituto. E la valutazione di altri pezzi, in teoria pregiatissimi (nella lista visionata si parla di opere di Rembrandt e bottega, di un’altra del Tintoretto, di Donatello, di Francisco Goya e di molti altri) avrebbe dato esiti ancora più negativi. Ora la palla è passata nelle mani del curatore fallimentare, Gaston Stein, ma le premesse non sono certo delle migliori e il rischio è che l’intera vicenda si chiuda con pesanti perdite per tutti i soggetti coinvolti. 
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