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Il Fmi gela l’Italia: crescita ancora bassa

L’economia mondiale sta ancora crescendo ma a un ritmo sempre più lento mentre si moltiplicano i fattori d’incertezza. Cresce il rischio di nuove crisi finanziarie ma, soprattutto, può materializzarsi il pericolo di una «stagnazione secolare»: economie in stallo che non riescono più a crescere e a creare occupazione con conseguenze sociali e politiche imprevedibili. È molto allarmato, se non addirittura cupo, il quadro dell’economia mondiale disegnato ieri da Maurice Obstfeld, presentando l’edizione primaverile del «World Economic Outlook». Il chief economist del Fondo monetario internazionale giudica positiva l’azione di supplenza svolta in questi anni dalle banche centrali a sostegno delle economie, ma considera pressoché esaurito il margine di manovra della Federal Reserve, della Bce e degli istituti centrali di Tokio, Pechino e Londra. Ora tocca ai governi agire con interventi immediati (stimoli, investimenti in infrastrutture, modifiche della tassazione finalizzate all’aumento della domanda) e di più lungo periodo (riforme strutturali): Obstfeld avverte che i governi non solo devono agire subito, ma devono farlo in modo tecnicamente preciso perché «non ci sono più margini per errori».

Questo vale in modo particolare per l’Europa e l’Italia. Nel caso del nostro Paese i fattori specifici di vulnerabilità sono due: il ben noto «handicap» di un debito pubblico molto elevato e le fragilità emerse nel sistema bancario. Nonostante gli sforzi fatti per contenere il deficit senza penalizzare la crescita, anche quest’anno, secondo il Fondo, l’Italia vedrà crescere disavanzo pubblico (2,7% rispetto al 2,6 del 2015) e debito (passerà dal 132,6 al 133% del Pil), mentre un calo è prevedibile solo a partire dal 2017. Sono numeri sensibilmente peggiori rispetto alle previsioni del governo. Perché? Troppe spese? «Non è questo il punto — prova a spiegare il capo della ricerca economica del Fondo, l’italiano Gian Maria Milesi-Ferretti, vice di Obstfeld — è il Pil che cresce troppo poco e quindi, anche se contieni le spese, il debito rispetto al Pil non può calare». Sul rallentamento dell’Italia (per il governo il Pil dovrebbe crescere dell’1,2% e dell’1,4 l’anno prossimo, per il Fondo l’1 quest’anno e l’1,1 nel 2017) pesano in modo particolare le difficoltà del sistema creditizio. Ma il premier Matteo Renzi non è preoccupato: «Dobbiamo uscire da questo costante esercizio intellettuale delle previsioni. Sono talmente tante che soltanto per orientarsi tra gli acronimi ci vuole un moderno Virgilio. L’anno scorso siamo cresciuti dello 0,8%, più delle stime. La verità è che i conti si fanno alla fine».

Le difficoltà specifiche dell’Italia vanno inquadrate in quelle più generali dell’Europa sulla quale, al di là dei fattori strettamente economici, pesano le difficoltà sociali legate all’afflusso massiccio di profughi dalla Siria e da altri Paesi africani e mediorientali sconvolti da guerre civili. Ci sono, poi, le tensioni politiche che tutto questo crea: la nascita di movimenti nazionalisti e xenofobi che indeboliscono la costruzione della Ue, sulla quale ora pesa il rischio Brexit, che potrebbe penalizzare ulteriormente il commercio.

Massimo Gaggi

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