Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Il fisco temerario paga i danni

Quando la pretesa del fisco è temeraria, il contribuente potrà chiedere il risarcimento dei danni subiti. È infatti ammissibile, anche nel processo tributario, la possibilità di richiedere un indennizzo per danni in caso di responsabilità processuale aggravata dell’amministrazione finanziaria.

Se risulta che l’ufficio delle entrate o il concessionario della riscossione hanno agito o resistito in giudizio con mala fede o con colpa grave, il contribuente potrà dunque richiedere alla commissione tributaria, oltre alla condanna degli stessi alle spese del giudizio, anche il risarcimento dei danni subiti per lite temeraria.

Anche al processo tributario si rende dunque applicabile il disposto contenuto nell’articolo 96 del codice di procedura civile che disciplina appunto le conseguenze per la parte soccombente in ipotesi di una sua «responsabilità aggravata».

L’ammissibilità della condanna per lite temeraria nel giudizio tributario è stata di recente sancita dalle sezioni unite civili della Cassazione. Nella sentenza n. 13899 depositata in cancelleria lo scorso 3 giugno, i giudici delle sezioni unite hanno precisato che la richiesta di risarcimento per lite temeraria può essere rivolta dal contribuente al giudice presso il quale è radicata la causa (commissione tributaria) a condizione che tali pretese risarcitorie presentino «un diretto ed immediato nesso causale con l’atto tributario impugnato ed uno stretto collegamento con il rapporto tributario».

In queste ipotesi, una volta accertato il grave comportamento tenuto dall’ente impositore o dal concessionario della riscossione, il giudice, sulla base del disposto di cui all’articolo 96 del cpc – si legge nella citata sentenza delle sezioni unite civili – potrà liquidare in favore del contribuente vittorioso una somma, in via equitativa, a titolo di risarcimento dei danni patiti in conseguenza dell’esercizio da parte dell’amministrazione finanziaria, di una «pretesa impositiva temeraria», cioè derivata da malafede o da colpa grave.

Prima dell’arresto delle sezioni unite più volte la giurisprudenza tributaria di merito non aveva esitato nel riconoscere a favore del contribuente il diritto al risarcimento dei danni subiti a fronte di pretese tributarie palesemente infondate da parte degli enti impositori e, conseguentemente, degli stessi concessionari della riscossione.

Nella tabella in pagina, solo a titolo esemplificativo, abbiamo riportato alcune massime delle più recenti pronunce in tal senso delle commissioni di merito.

Ciò premesso, quello che diviene ora importante comprendere è quando si possa ritenere che il comportamento di tali enti sia da considerarsi così grave da poter convincere il giudice tributario alla liquidazione dei danni subiti a favore del contribuente.

Prescindendo dalle ipotesi di vera e propria malafede, che indicano patologie nel rapporto fra il fisco ed il contribuente che vanno al di là dell’oggetto del presente intervento, è possibile affermare che, almeno in linea generale, gli elementi che fanno scattare la colpa grave degli uffici sono per lo più riconducibili ad attività di natura omissiva.

Scorrendo le sentenze che in passato hanno riconosciuto il diritto del contribuente al risarcimento dei danni per lite temeraria, si notano infatti comportamenti degli uffici delle entrate o dei concessionari della riscossione che, a fronte di atti rivelatisi poi giuridicamente infondati, avevano omesso di prendere gli opportuni provvedimenti correttivi, resistendo anzi pervicacemente nel giudizio tributario.

Per comprendere meglio i presupposti che qualificano come «temeraria» una pretesa tributaria e il conseguente comportamento degli uffici, esaminiamo alcuni dei casi sottoposti all’esame dei giudici tributari.

Omessa cancellazione di ipoteca. In un caso deciso dalla Ctr Puglia (sentenza 36/2010) l’agente della riscossione è stato condannato al risarcimento danni per lite temeraria per non aver proceduto alla cancellazione dell’ipoteca iscritta sui beni del contribuente nonostante fosse stato a ciò obbligato da espresso ordine della stessa commissione tributaria.

Mancato riconoscimento del condono fiscale. Per la Ctr Roma invece (sentenza 179/2010) il comportamento dell’ufficio delle entrate che non si preoccupa di comunicare la cessazione della materia del contendere per intervenuto condono del contribuente, deve qualificarsi come comportamento contrario ai principi di correttezza e di trasparenza che dovrebbero sempre contraddistinguere i rapporti fra l’amministrazione finanziaria e i contribuenti. Comportamento che come tale è capace di produrre un danno ingiusto alla controparte sia da un punto di vista economico che morale.

Mancato annullamento in autotutela di somme non dovute. Nel caso sottoposto all’esame della Ctp Bari (sentenza 14/2013) l’ufficio delle entrate è stato condannato al risarcimento danni per lite temeraria per non aver a suo tempo riconosciuto le ragioni del contribuente annullando, in autotutela, l’atto impugnato. La singolarità del caso deciso nella sentenza in oggetto consiste nel fatto che l’ufficio – che aveva in un primo momento negato l’annullamento in autotutela al contribuente – aveva poi proceduto alla sgravio totale dell’accertamento, con richiesta della cessazione della materia del contendere, dopo la presentazione del ricorso contro l’avviso di accertamento.

Un tale comportamento non è passato inosservato ai giudici della regionale pugliese. Ciò che ha convinto la commissione alla condanna al risarcimento danni è stato l’atteggiamento iniziale dell’ufficio finalizzato unicamente a contrastare, senza alcuna ragione, le doglianze del contribuente al solo fine di rinviare nel tempo l’annullamento in autotutela dell’avviso di accertamento.

I casi esaminati lasciano intravedere atteggiamenti di natura omissiva da parte degli enti impostori o dei concessionari della riscossione che hanno ritardato, o addirittura negato, l’attivazione di misure di tutela del contribuente a fronte di atti palesemente illegittimi.

Si tratta di situazioni che lasciano intravedere una deviazione dai principi di correttezza e lealtà di comportamento che dovrebbero invece caratterizzare un equo rapporto fra cittadino-contribuente e amministrazione finanziaria.

In tali situazioni, forse anche più frequenti di quel che si è portati a pensare, è importante sapere che anche nel processo tributario può essere invocata, alle condizioni sopra ricordate, la richiesta del risarcimento dei danni economici e morali subiti dal contribuente, ingiustamente vessato dal comportamento dell’ufficio o del concessionario della riscossione.

Print Friendly, PDF & Email

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

Banche alla verifica degli stress test dopo il Covid. Quante sono le aziende affidate che hanno pos...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Dopo 10 anni passati a riaversi dai traumi della crisi finanziaria 2008 e cinque a tagliare i risch...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

«È una riforma importante quella di cui stiamo discutendo in questi giorni — dice il neo presid...

Oggi sulla stampa