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Il fisco si è incartato

Dieci sentenze favorevoli al contribuente e solo tre favorevoli al fisco. La questione della nullità degli atti di accertamento sottoscritti da dirigenti dell’Agenzia delle entrate dichiarati decaduti si può riassumere anche così. Nel frattempo sono anche passati quattro mesi dalla sentenza della Corte costituzionale e non si è riusciti a trovare una soluzione al problema che sta scardinando la macchina dell’Agenzia delle entrate.

Il direttore, Rossella Orlandi, all’indomani della sentenza, aveva stigmatizzato il tentativo di impugnazione degli atti firmati dai dirigenti decaduti («smettiamola di far girare sciocchezze, gli atti sono validi, non si facciano spendere soldi inutili ai cittadini per i ricorsi»). Non è stata l’unica a prendere una cantonata: certa stampa specializzata ha sostenuto la tesi che l’impugnazione degli atti di accertamento avrebbe esposto il contribuente al rischio di lite temeraria. I fatti sono andati in maniera molto diversa. Non solo la gran parte dei giudici di merito ha aderito alla tesi della nullità degli accertamenti, ma in alcuni casi sono state ritenute nulle anche le iscrizioni a ruolo e le cartelle esattoriali emanate in seguito agli atti di accertamento nulli.

Una recente sentenza della Commissione tributaria regionale della Lombardia ha addirittura mandato gli atti alla corte dei conti ipotizzando un danno erariale dalla perdita di gettito conseguente alla nullità degli accertamenti.

All’interno dell’Agenzia delle entrate, intanto, la situazione si è fatta esplosiva. Alcuni dei dirigenti retrocessi hanno continuato a svolgere le stesse funzioni, con lo stipendio ridotto a un terzo, nella speranza di una soluzione il più possibile rapida e indolore. Altri hanno gettato la spugna e, abbandonate le funzioni e le responsabilità dirigenziali sono tornati nei ranghi dei semplici funzionari. Molte delicate posizioni rimangono così scoperte, minando l’operatività dell’Agenzia, mentre infuria la polemica tra chi invoca un provvedimento per legittimare i dirigenti decaduti e chi invece chiede un concorso aperto a tutti e senza posti riservati.

Una situazione insostenibile, aggravata da centinaia di migliaia di documenti che ora rischiano di finire nel tritacarte (ruoli, avvisi di accertamento, avvisi di liquidazione delle imposte, cartelle, provvedimenti irrogativi di sanzioni, atti riguardanti le operazioni catastali, atti di diniego espresso emessi dalle Agenzie fiscali, atti processuali). E dal rischio di perdite erariali enormi.

Eppure non si vede all’orizzonte nessuna soluzione in grado di ripristinare il normale svolgimento dell’attività delle Entrate: anzi a quattro mesi dalla sentenza è evidente che tra il governo e l’Agenzia delle entrate si è scatenata una lotta neanche tanto sotterranea, con il primo intenzionato a ripristinare la legalità violata mediante un concorso aperto a tutti e la seconda invece ostinatamente impuntata sull’esigenza di ripristinare il più velocemente possibile la posizione della maggior parte dei dirigenti decaduti. Il braccio di ferro sta impantanando l’operatività dell’Agenzia, mettendo in difficoltà anche i contribuenti, che devono sopportare i ritardi nei rimborsi Iva, la mancanza di indicazioni sulla procedura della voluntary disclosure, la difficoltà ad ottenere risposte da una controparte sempre più evanescente. A essere soddisfatti sono solo i contribuenti disonesti che, in queste condizioni, trovano più facilmente il modo di sfuggire alle loro responsabilità.

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