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Il fisco rafforza l’arsenale antievasione

Un arsenale antievasione mai così vasto, in cui spiccano armi nuove di zecca, altre appena restaurate e qualche residuato bellico come la comunicazione sui beni ai soci. La lotta al sommerso può contare su un numero di strumenti ancora più ampio in vista della campagna di fine anno: poco meno di 100 giorni per superare il target di 12 miliardi di imposte recuperate, e magari replicare il record di 14,2 miliardi dell’anno scorso.
In ordine di tempo, si sono aggiunti la versione rivista e corretta del nuovo redditometro e la voluntary disclosure che, guadagnando altri due mesi per la presentazione delle domande di adesione, ora appare davvero come un’occasione imperdibile per chi ha portato capitali all’estero e non li ha mai dichiarati.
Sul redditometro, le cifre degli ultimi anni registrano una contrazione del numero degli accertamenti. Nel 2014 si sono quasi dimezzati rispetto ai 12 mesi precedenti (11.091 contro 21.535) ma pesa anche la considerazione che in quasi 11.200 casi non si sia neanche arrivati a emettere l’«atto d’accusa» perché il contribuente ha giustificato nel primo confronto con i funzionari del fisco le spese ritenute eccessive rispetto al livello del reddito. Per questo resta da vedere quanto e come sarà effettivamente utilizzato.
Per il rientro dei capitali il discorso è in parte diverso: è una misura una tantum che richiede ai diretti interessati di autodenunciarsi, in cambio però di riduzioni di sanzioni amministrative e di una protezione dalle conseguenze penali. Ma per capire come si inserisca nell’arsenale antievasione, la voluntary va osservata da una prospettiva più ampia: gli accordi di scambi di informazioni (come quelli firmati dall’Italia con Svizzera, Liechtenstein e Montecarlo) e la cooperazione internazionale renderanno sempre più complicato nel futuro prossimo spostare e occultare grandi patrimoni senza versare le imposte e senza essere scoperti.
Guardando più all’immediato, è certo che il periodo da qui al 31 dicembre sarà un banco di prova cruciale per l’arsenale del fisco. E non solo per una questione di civiltà e giustizia che impone di ridurre la mole enorme di imposte evase ogni anno (91,4 miliardi secondo le stime ufficiali dell’ultimo rapporto del Governo). Come dimostra il caso delle clausole di salvaguardia, il denaro recuperato dall’agenzia delle Entrate è fondamentale per tenere in ordine i conti pubblici: di fatto, se si è potuto evitare un aumento delle accise sui carburanti è perché il gettito atteso dalla voluntary ha permesso di coprire i 728 milioni di euro venuti meno dopo la bocciatura europea del reverse charge nella grande distribuzione e i 671 milioni di un’altra clausola ereditata dal Governo Letta.
E poi c’è la questione dei dirigenti delle Entrate. Dopo che la Consulta ha dichiarato illegittima la nomina di 800 funzionari in ruoli dirigenziali senza concorso, si è temuto un rallentamento nel contrasto al sommerso. Ecco perché nelle prossime settimane si potrebbe assistere a un’ulteriore accelerazione dell’attività di recupero.
Al di là della cifra finale, sarà interessante vedere se anche quest’anno le somme pagate direttamente dai contribuenti – ad esempio perché hanno scelto di non fare ricorso contro un accertamento – cresceranno più di quelle riscosse coattivamente. Di fatto, tra il 2008 e il 2014 i ruoli sono cresciuti solo del 17%, mentre i versamenti diretti sono quasi triplicati. E questa forbice potrebbe ancora allargarsi, sulla scia delle misure che tendono a premiare (o meglio a punire di meno) chi regolarizza spontaneamente la propria posizione.
La mano tesa del fisco, in effetti, sembra essere la grande tendenza di fondo degli ultimi provvedimenti – valga per tutti l’esempio del ravvedimento – insieme all’altro trend di fondo, che è quello della raccolta di una mole di dati sempre più imponente. Dai conti correnti allo spesometro, dagli studi di settore alla comunicazione sui beni ai soci, le banche dati sono ormai ricchissime di informazioni.
Ora si tratta di vedere se l’incrocio dei dati servirà davvero per invogliare chi ha sbagliato (o chi ha fatto il furbo) a mettersi in regola da sé. L’impressione è che i 210mila alert inviati dal fisco ai contribuenti rappresentino ancora una fase sperimentale e siano tutto sommato pochi rispetto all’imponibile non dichiarato (quasi 300 miliardi). Ma si tratta certamente di un primo passo.

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