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Il fisco paga per l’atto annullabile

di Gianluca Boccalatte e Antonio Tomassini

Il fisco deve essere condannato a rimborsare le spese del giudizio quando l'illegittimità dell'avviso di accertamento impugnato avrebbe potuto essere rilevata in sede di autotutela se l'ufficio avesse operato con la necessaria diligenza. Questo il principio affermato dalla sentenza 101/19/11 con cui la Ctr Lombardia, che ha accolto il ricorso del contribuente contro la pronuncia di primo grado.

Per effetto della modifica del l'articolo 92 del Codice di procedura civile intervenuta nel 2009, le spese di lite possono essere oggetto di compensazione tra le parti (oltre che nel caso di soccombenza reciproca) unicamente in presenza di «gravi ed eccezionali ragioni», delle quali il giudice deve dare adeguatamente conto nella motivazione della sentenza. Fino all'entrata in vigore del testo riformato (applicabile anche nel processo tributario), condizione necessaria e sufficiente per la compensazione era la presenza di «giusti motivi». Inoltre, le commissioni tributarie – secondo un consolidato orientamento giurisprudenziale – potevano limitarsi a enunciare la sussistenza di questi giusti motivi, anche attraverso una formula stereotipata, senza fornire alcuna concreta specificazione al riguardo. In altre parole, con il nuovo articolo 92, la condanna alle spese di lite a carico della parte soccombente rappresenta la regola e non più l'eccezione.

Con la sentenza 101/19/11, la Ctr ha annullato un avviso di accertamento, in quanto palesemente contrastante con i consolidati principi in materia di studi di settore fatti propri dalla Cassazione. Secondo i giudici, il contrasto tra tali consolidati principi e l'atto impositivo avrebbe potuto essere riconosciuto autonomamente e diligentemente dal l'ufficio accertatore, con conseguente annullamento della pretesa erariale in autotutela. Ciò anche in considerazione del fatto che – come ha precisato la sentenza n. 7388/2007 delle Sezioni unite della Cassazione – il potere di autotutela non è «libero» ma deve essere esercitato contemperando il diritto dello Stato all'esazione dei tributi con il diritto del cittadino a non vedersi contestare pretese fiscali indebite.

Ai sensi del Dm 11 febbraio 1997 n. 37 («Regolamento recante norme relative all'esercizio del potere di autotutela da parte degli organi dell'amministrazione finanziaria»), infatti, non è necessaria un'istanza di parte per dare il via al provvedimento di revisione in autotutela. Inoltre, la normativa richiamata prevede un monitoraggio costante e una periodica reportistica, attraverso i quali gli uffici locali devono informare gli organi centrali dell'amministrazione finanziaria sulle cause dei vizi degli atti annullati e sui motivi per i quali più frequentemente i ricorsi dei contribuenti vengono accolti. La raccolta di tali informazioni è finalizzata a permettere l'emanazione di direttive per l'abbandono delle liti già iniziate, le quali devono tenere conto sia della giurisprudenza consolidata, sia delle probabilità di soccombenza e – soprattutto – di conseguente condanna al rimborso delle spese di giudizio.

La Ctr Lombardia ha concluso che, nel caso specifico, il contribuente si è trovato "costretto" a incardinare e a proseguire un contenzioso, per effetto dell'inerzia dell'ufficio, che, se avesse fatto corretta e diligente applicazione dei principi generali in materia di autotutela, avrebbe potuto abbandonare la controversia. Per i giudici d'appello, tale circostanza, ai sensi dell'articolo 92 del Codice di procedura civile, esclude per definizione la possibilità di compensare le spese di lite.

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