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Il fisco contesta i ricavi per la non operatività

Il fisco mette nel mirino i ricavi per contestare la non operatività. Sempre più spesso, infatti, i controlli dell’amministrazione finanziaria si stanno focalizzando, tra l’altro, sul disconoscimento di parte dei ricavi di società (soprattutto immobiliari) solo perché conseguiti magari mediante la prestazione di servizi a favore di altre società strettamente connesse all’ente accertato. Così, l’ufficio accerta in capo alla società la presunta non operatività, con conseguente ripresa a tassazione di maggiori imposte sui redditi, Irap e Iva.
Per verificare l’“operatività” di una società, l’articolo 30 della legge 724/94 impone di confrontare i ricavi effettivamente conseguiti con l’ammontare dei ricavi minimi presunti (calcolati sommando gli importi che risultano applicando specifiche percentuali al valore di determinati elementi patrimoniali). Se i ricavi minimi presunti sono superiori a quelli effettivi, la società si considera non operativa. Se, invece, i ricavi minimi presunti sono inferiori a quelli effettivamente conseguiti, la società è operativa e non è soggetta ad alcuna delle limitazioni previste in materia di imposte sui redditi, Iva e Irap.
Più precisamente, per verificare se una società si può considerare non operativa occorre confrontare, su un arco temporale triennale, l’effettivo ammontare dei ricavi, dell’incremento delle rimanenze e dei proventi, esclusi quelli straordinari, con quello risultante dalla somma degli importi ottenuti dall’applicazione di percentuali stabilite dalla legge al valore dei beni patrimoniali della stessa società. I ricavi, gli incrementi di rimanenze e i proventi (esclusi quelli straordinari) da considerare ai fini del test di operatività sono quelli desumibili dal conto economico e devono essere assunti in base alle risultanze medie dell’esercizio e dei due precedenti. In particolare, per i soggetti tenuti alla redazione del bilancio, occorre tener conto, per i ricavi, della somma degli importi risultanti dalle voci A1 e A5 dello schema di conto economico previsto dall’articolo 2425 del Codice civile (ossia «ricavi delle vendite e delle prestazioni», «altri ricavi e proventi, con separata indicazione dei contributi in conto esercizio»).
In alcuni casi, però, può accadere che alcune società, pur avendo conseguito una media di ricavi effettivi superiore a quelli minimi presunti e, dunque, pur avendo superato il “test di operatività”, si vedono disconoscere dall’ufficio accertatore una parte dei ricavi effettivamente conseguiti e, dunque, la loro operatività. Generalmente, il disconoscimento viene giustificato dall’amministrazione finanziaria per il fatto che i ricavi deriverebbero da servizi svolti dalla società accertata ad altre società la cui compagine sociale sarebbe comunque legata ai soci e che, dunque, le relative fatture di vendita sarebbero state emesse al solo scopo di superare il test di operatività.
Il disconoscimento comporta non poche conseguenze. Per le società non operative, infatti, sono previste:
l’imputazione di un reddito minimo (determinato in via presuntiva), assoggettato dal 2012 a un’aliquota Ires del 38%;
l’imputazione di una base imponibile Irap minima;
rilevanti limitazioni al rimborso e alla compensazione dei crediti Iva.
In particolare, l’articolo 30, comma 4, della legge 724/94 prevede due tipologie di limitazioni all’utilizzo delle eccedenze Iva eventualmente prodotte dalle società non operative. Innanzitutto, la preclusione al rimborso e alla compensazione con altri tributi o contributi nel modello F24, per le società che risultano non operative per il periodo d’imposta con riferimento al quale il credito Iva si origina. Infine, è previsto il divieto di compensare l’imposta a credito anche con il debito Iva delle successive liquidazioni periodiche, per le società non operative che per tre periodi d’imposta non effettuano operazioni Iva per un importo almeno pari ai ricavi minimi presunti.

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