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Il filtro boccia gli appelli infondati «a prima vista»

L’appello è inammissibile in base all’articolo 348-bis del Codice di procedura civile solo se di primo acchito appare palesemente infondato. Lo afferma la terza sezione civile della Corte d’appello di Roma in un’ordinanza del 23 gennaio.
I giudici applicano così la disposizione del decreto legge sviluppo (83/2012), che ha introdotto nel Codice di procedura civile il filtro in appello. Il giudice, prima di procedere alla trattazione e dopo aver sentito le parti, deve infatti dichiarare inammissibile l’impugnazione che non abbia una ragionevole probabilità di essere accolta. Si tratta di un istituto dalla «natura enormemente elastica» (si legge nella relazione sull’amministrazione della giustizia nel 2012 del Primo presidente della Suprema corte), che negli ultimi mesi ha diviso i commentatori della riforma.
La Corte di Roma rifiuta la tesi (sostenuta da qualche autore) che la ragionevole probabilità di accoglimento sia assimilabile al fumus boni iuris (e cioè alla verosimile fondatezza del diritto fatto valere), requisito richiesto per concedere i provvedimenti cautelari. Ritiene piuttosto che l’appello si possa dichiarare inammissibile solo quando sia così palesemente infondato che non si giustifichi un impiego di energie («non illimitate») del servizio-giustizia. Insomma, se lo scopo del filtro in appello è quello di sanzionare l’abuso del processo, vanno interdette le sole «impugnazioni dilatorie e pretestuose», quelle, cioè, connotate da «plateale infondatezza». E tale palese inconsistenza – aggiunge la Corte d’appello – non è rimessa alla soggettiva percezione del giudice «a seguito di una sbrigativa lettura degli atti», ma è quella che si presenti oggettivamente tale. I giudici romani affermano poi che l’ordinanza dichiarativa dell’inammissibilità è simile – sotto il profilo contenutistico – a una sentenza, perché entrambe devono verificare se l’appello è fondato sulle stesse ragioni di fatto poste a base della decisione impugnata; sia l’una sia l’altra, quando effettuano questa verifica, precludono il ricorso per cassazione per omesso esame di un fatto. Per questo l’ordinanza di inammissibilità non deve essere considerata «un provvedimento a cognizione sommaria»: è invece a cognizione piena, solo semplificato rispetto alla sentenza.
Con queste premesse, in quale caso un appello può cadere sotto la scure del filtro? I giudici romani si sono occupati di una vicenda nella quale una donna era stata condannata, per il reato di ingiuria e minaccia aggravata, sia a una sanzione penale sia al risarcimento dei danni da liquidarsi in separato giudizio civile. La vittima si era rivolta al giudice civile e aveva ottenuto una sentenza che le aveva riconosciuto una somma di 10mila euro, quantificata per via equitativa. La donna condannata al risarcimento aveva proposto appello, lamentando che il tribunale civile, anziché adeguarsi alla sentenza penale, doveva autonomamente accertare se davvero la persona minacciata si fosse spaventata e avesse avuto un pregiudizio valutabile in termini economici. Altri motivi di appello riguardavano la mancata verifica della gravità del danno, l’omessa considerazione del fatto che, nonostante le minacce, la vittima aveva continuato con regolarità la sua vita quotidiana e, infine, l’arbitrarietà della quantificazione della somma.
La Corte di Roma, però, ha ritenuto che su tutti questi punti il tribunale aveva correttamente deciso e motivato, anche in base agli elementi di fatto acquisiti al processo. Pertanto l’appello è rimasto bloccato dal filtro.

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