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Il fiduciario dei vip scivola sul riciclaggio

Lui è come un sommergibile che, da anni, naviga a quota periscopica nelle acque della finanza borderline. Il barone Filippo Dollfus de Volkesberg, classe 1948, arrestato ieri a Milano su richiesta del pm Roberto Pellicano, è uno di quei fiduciari a cui non tutti possono sperare di rivolgersi. La sua società, la Fiderservice Sa (in liquidazione dal 2013) non era certo un cash and carry dell’espatrio di denaro, piuttosto una griffe blasonata per clienti upper class. Ecco perché il fermo del fiduciario, convalidato ieri dal gip di Milano Franco Cantù Rajnoldi, rischia di scoprire più di un nervo sensibile in molti ambienti che contano.
Ciò che l’accusa ipotizza è un’associazione a delinquere finalizzata al riciclaggio di denaro, provento dei più svariati reati. Lunga la lista dei clienti individuati dagli investigatori, si va da Francesco Caltagirone Bellavista, ad Augusto Ruffo di Calabria principe di Scilla, uno degli ultimi discendenti dei Borboni, ma anche a Daniele Lorenzano, ex manager Fininvest coinvolto nella vicenda dei diritti Tv Mediaset-Mediatrade, e c’è pure Rita Rovelli, sorella di Felice e figlia di Nino Rovelli, nonché erede dei lasciti provenienti dalla nota vicenda Imi Sir. A Dollfus gli inquirenti sono giunti mappando l’universo di riferimento di un commercialista di Busto Arsizio, Gabriele Bravi, da anni collegato a Dollfus, e a sua volta arrestato nel 2013. Una consulenza tecnica affidata al commercialista Gian Gaetano Bellavia, ha consentito di tracciare i profili di almeno 65 tra persone fisiche e giuridiche, titolari complessivamente di 115 rapporti di conto corrente in 12 diverse banche di cui una sola italiana e 11 straniere, in prevalenza svizzere. Si è giunti così a individuare un gruppo di 421 persone (società e persone) che hanno avuto rapporti con l’organizzazione di Dollfus.
Continua pagina 33 Stefano Elli

 

Continua da pagina 29 I l denaro veicolato grazie al network di Dollfus (che la procura di Milano ritiene stimato per difetto) ammonta a 463 milioni di euro. In un punto della consulenza tecnica si legge: «Se queste operazioni finanziarie si rapportassero alla completa entità dei conti trattati dall’organizzazione ed al periodo molto ampio di operatività dell’organizzazione stessa, circa 40 anni, probabilmente si raggiungerebbero somme stratosferiche nell’ordine di molti miliardi di euro». Il lavoro di ricostruzione e di mappatura delle società, del denaro, e della sua provenienza non deve essere stato facile. Molto del materiale proveniva da una precedente perquisizione effettuata il primo aprile del 2014, nell’abitazione di Bravi e proprio dall’analisi dei documenti sequestrati si è giunti a individuare una contabilità complicatissima e precisi schemi operativi finalizzati in prevalenza all’espatrio e al rientro (per contanti) di capitali e all’utilizzo di una rete di 28 società dislocate nei principali «paradisi dell’anonimato» internazionali: dalle Antille olandesi, Panama e Madeira. Importanti, anche in questo caso, le intercettazioni effettuate. In alcune conversazioni Dollfus appariva guardingo giungendo ad ammonire l’interlocutore con perentori «shut up» (in inglese chiudi il becco).

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