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Il fideiussore paga i debiti del fallito

di Debora Alberici  

Il fideiussore (normalmente la banca) non può opporre al creditore la preventiva escussione sui beni del fallito se non ha indicato quelli ancora suscettibili di essere assoggettati ad azione esecutiva. È quanto stabilito dalla terza sezione civile della Corte di cassazione che, con la sentenza numero 15731 del 18 luglio 2011, ha accolto il secondo motivo di ricorso di una società che aveva notificato precetto alla Unicredit per oltre tre milioni di euro. Il debito, nato in virtù di un contratto agrario, apparteneva a un'impresa fallita che aveva stipulato una fideiussione con l'istituto di credito. Ma quest'ultimo aveva opposto al creditore la preventiva escussione del debitore principale. In sostanza avrebbe prima dovuto rivolgersi al fallito e poi alla banca. Una tesi, questa, che non ha convinto il Tribunale di Roma. I giudici di merito hanno infatti accolto l'opposizione a precetto presentata da Unicredit. Contro questa decisione la spa ha presentato ricorso in Cassazione e, questa volta, lo ha vinto.

In particolare in fondo alle lunghe motivazioni la Cassazione ha messo nero su bianco che «il beneficio della preventiva escussione e salvo il caso di una esplicita sua estensione a una tale eventualità, non può essere opposto dal fideiussore in caso di sottoposizione del debitore principale a procedura concorsuale, ove non vi siano ed ove non siano dal fideiussore indicati beni del debitore principale ancora suscettibili di essere assoggettati ad azione esecutiva individuale del creditore».

Infatti, ha premesso il Collegio di legittimità, nulla vieta che l'alea peculiare della sottoposizione della propria ragione di credito alla procedura concorsuale, in questo caso il fallimento, per le facilmente immaginabili ulteriori difficoltà di «soddisfacimento», possa essere accettata dalle parti. È necessario, però, che la banca avverta il creditore dei beni ancora assoggettabili ad azione esecutiva. La Cassazione ha quindi rinviato gli atti al Tribunale di Roma perché valuti l'effettiva entità del credito. Proprio per questo, ammette Piazza Cavour, non è stata possibile una decisione nel merito. Sulla stessa linea la Procura generale del Palazzaccio, infatti, nell'udienza tenutasi lo scorso 6 giugno, aveva chiesto al Collegio di legittimità di accogliere il ricorso che l'azienda creditrice aveva presentato contro l'istituto di credito.

Ora, alla luce degli orientamenti enunciati dalla Suprema corte, il Tribunale di Roma dovrà scrivere la parola fine alla vicenda.

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