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Il fattore Unipol agita la via Emilia La crescita dei fondi e degli indipendenti Unicredit: un continuo sguardo verso l’estero

Il primo a muovere vince tutto. Il principio è ben chiaro nella mente dei capi azienda delle dieci banche popolari chiamate a trasformarsi in spa. Ed altrettanto chiaro è il rischio che, una volta abbandonata la forma cooperativa, le sette banche coinvolte dal provvedimento del governo che sono già quotate in Borsa, potrebbero divenire oggetto di rapaci attenzioni da parte di investitori interessati ad assumerne il controllo. 
Per questo oggi, più che al partner le attenzioni maggiori sono destinate alla creazione o al consolidamento di un nocciolo duro e stabile di azionisti, capace di dare continuità all’assetto proprietario degli istituti. Ma, giunto al termine il bluff del voto capitario – strumento inadeguato per banche di dimensioni nazionali che usano il «radicamento territoriale» come un qualsiasi slogan dettato dall’ufficio marketing interno –, i signorotti del credito locale si stanno rendendo conto di quanto diverso sia comandare in una assemblea popolare dall’aprire il portafoglio e mettere i soldi sul tavolo. Specie in provincia, dove ai capitali han spesso preferito le chiacchiere.
A Milano infatti, come in casa Ubi e nei tre principali poli che han dato vita al Banco Popolare (Verona, Novara, Lodi), il problema è già all’ordine del giorno. E il coinvolgimento di investitori istituzionali esterni al mondo del credito cooperativo è avviato.
Interessi divergenti
Per un Reale group (vedi pagina 11) che si chiama fuori dal risiko, ci sono almeno due altre istituzioni pronte a giocare la partita. La Fondazione Cariverona – nei fatti ridimensionata nel suo ruolo di azionista di riferimento di Unicredit – scenderà nel capitale, vendendo azioni e liberando risorse. Mentre UnipolSai, dopo aver coperto le sofferenze della banca di casa versando 1,1 miliardi di euro, da novembre ha un’unica struttura creditizia di gruppo e ora potrebbe partecipare, secondo le parole del suo ceo , Carlo Cimbri, «ai processi di consolidamento del settore». Cimbri è l’autore della più grande fusione nel mercato assicurativo italiano in tempi recenti e la natura cooperativa di una parte del suo gruppo (Unipol) collima con l’anima di quelle banche che maggiormente necessitano di capitale.
Unipolbanca, dopo le difficoltà del passato, ha ora chiuso l’ultimo trimestre con un utile netto di circa 3 milioni di euro, che è una cifra da un lato pronta a testimoniare la ritrovata redditività dell’azienda e dall’altro l’inadeguatezza delle dimensioni rispetto al gruppo, visti anche i suoi 300 sportelli. Nei corridoi della compagnia assicuratrice prevale un ragionamento: con queste dimensioni la banca non ha ragione di essere, o la si pone sul mercato o la si fa crescere… Ed è per questo che il ragionamento di Cimbri, di porsi come socio di minoranza e di lungo termine, assume particolare importanza. Oggi UnipolSai è partner industriale nella bancassicurazione del Banco Popolare. Lo diventerà anche dal punto di vista dell’azionariato? È possibile. Le altre direttrici praticabili sembrano al momento essere la Bper, non fosse altro per le comuni radici emiliane e la Popolare di Milano, che dopo la cura Castagna fa gola a molti.
Verona
Diverso il discorso per Cariverona. La Fondazione presieduta da Paolo Biasi si è impegnata a portare la partecipazione in Unicredit – che oggi vale circa il 50 per cento degli attivi investiti – sotto il 33 per cento del totale. Si prefigura quindi la cessione di una quota di circa il 18 per cento di quel 3,534 per cento del capitale di Unicredit ancora in portafoglio. Con molta approssimazione si libererebbe, ai corsi attuali, una cifra vicina ai 491 milioni di euro che Cariverona potrebbe investire altrove. Se deciderà di puntare ancora sul settore bancario (accendendo qualche perplessità quanto a diversificazione dei rischi) o preferirà altro, si vedrà. Formalmente la mancata partecipazione al listone che mercoledì scorso ha rinnovato il board di Unicredit – portando da quattro a tre i vicepresidenti, con la cancellazione proprio del rappresentante veronese Candido Fois – è stata dettata dalla volontà «di non avere alcun condizionamento nelle scelte di diversificazione del proprio patrimonio tenuto conto delle opportunità offerte dal riordino del sistema delle banche popolari».
Sarà Biasi il creatore del nuovo nocciolo duro delle popolari venete? La Cassa da cui è derivata la Fondazione operava a Verona, Vicenza, Belluno e Ancona. Al netto di Banca Marche, le candidate naturali ad accendere l’interesse dell’ente veronese sembrano essere il Banco Popolare, la Popolare di Vicenza e, in parte, Veneto Banca.
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