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Il «fattore P» e i quattro fronti dei mercati

 «Siamo arrivati al punto in cui si cerca di arginare l’effetto negativo di una cattiva politica con una politica ancora peggiore». Difficile capire a chi si riferisca Tai Hui, capo strategist di JP Morgan in Asia, quando rilascia questa dichiarazione a Bloomberg. Lui in realtà parla del crollo della Borsa cinese e del goffo tentativo delle Autorità di arginarlo, ma sarebbe facile prendere la stessa identica frase e calarla nella sfida tra Europa e Grecia. In fondo il «fattore P», inteso come «fattore politico», sta diventando la variabile impazzita con cui i mercati dovranno fare i conti a lungo.
Perché ormai di focolai nel mondo ce ne sono molti: la crisi greca, il crollo della Borsa cinese, un contesto geopolitico sempre più instabile e l’economia americana al bivio tra crescita e rallentamento. E in tutti questi, il «fattore P» sarà determinante. Ma difficile da valutare. Proprio questa è la sfida per gli investitori: capire quanto (e se) i vari focolai possano contagiare il resto del mondo, comprendere se gli sforzi delle banche centrali saranno sufficienti. E scoprire se il «fattore P» sarà parte della soluzione oppure del problema.
In ogni focolaio le variabili in gioco sono tante. E il rischio di contagio potenzialmente elevato.
La bolla cinese
Iniziamo da Oriente. Il problema in Cina nasce dall’eccesso di debito privato in un’economia che – seppur a tassi cinesi – rallenta. Le imprese negli ultimi anni si sono infatti indebitate fino al collo, tanto che i finanziamenti totali alle aziende sono passati dal 98% del Pil del 2007 al 155% del 2014. Le Autorità per arginare questa bolla hanno cercato di spingere le imprese a reperire più fondi in Borsa e meno in banca. Così hanno varato una serie di riforme che hanno aperto sempre più il mercato azionario agli investitori internazionali e ai piccoli risparmiatori locali. Ma hanno prodotto un “piccolo” effetto collaterale: i risparmiatori cinesi ci hanno preso gusto. Così sono arrivati al punto di indebitarsi per l’equivalente di 334 miliardi di euro per comprare azioni in Borsa. Insomma: per arginare una bolla del credito, la politica ne ha creata un’altra in Borsa.
Ovvio che questa catena di Sant’Antonio di debiti su debiti non poteva durare, così – al primo stormir di fronda – i risparmiatori e gli investitori internazionali hanno iniziato a vendere azioni in fretta e furia. Le Autorità hanno cercato di intervenire, ma senza sortire alcun effetto positivo. La domanda, a questo punto, è: il crollo della Borsa cinese potrà contagiare il resto del mondo? Dato che stiamo parlando della seconda economia del globo, del primo esportatore e del maggiore consumatore di materie prime, la risposta non può che essere affermativa. L’interscambio commerciale mondiale con la Cina è infatti pari a 4.300 miliardi di dollari. Solo l’Italia esporta nel Paese beni per quasi 14 miliardi di dollari. Ma ci sono economie molto più dipendenti da Pechino: per esempio l’Australia (che ha in Cina il 30% del proprio export), il Brasile (20%), il Perù (20%) o l’Angola (oltre il 40%). Ovvio che se l’economia cinese rallentasse più di quanto non stia già facendo ora, questi Paesi soffrirebbero molto. Con ulteriori effetti a catena.
Il punto è capire se il crollo della Borsa possa seriamente inceppare la locomotiva cinese (che già rallenta) e contagiare il resto del mondo, come più volte in passato è accaduto con Wall Street. Per fortuna la Repubblica Popolare ha una struttura ben diversa da quella americana, per cui (come sottolinea Alessandro Terzulli, economista di Sace) è prevedibile che l’impatto sull’economia reale del crollo azionario di Shanghai possa essere inferiore di quello che si vedrebbe negli Usa con un ribasso analogo di Wall Street. Per di più Pechino ha 4mila miliardi di dollari di riserve valutarie: un arsenale immenso per arginare – si spera – il contagio dalla Borsa all’economia reale. Eppure, nonostante questo, se il crollo di Shanghai continuasse sarebbe impossibile sperare che l’economia reale ne possa uscire indenne. E sarebbe impossibile pretendere che non ci sia contagio nel mondo. La speranza è che la politica, il «fattore P», usi bene le sue armi e gestisca il problema al meglio. Quantomeno per limitare i danni.
La crisi greca
La vicenda ellenica è, per certi versi, simile a quella cinese. Qui il debito proporzionalmente gigantesco è dello Stato e la politica ha commesso errori ancora più grossolani. Il rischio di contagio in questo caso è minore sul fronte finanziario ed economico rispetto al caso cinese (il Pil ellenico è infatti 44 volte più piccolo, l’interscambio commerciale col resto del mondo è quasi nullo e l’esposizione delle banche estere sul paese irrisoria). Il problema qui è però politico.
Innanzitutto perché il braccio di ferro Europa-Atene rischia di fomentare ulteriormente il partito anti-euro, rendendo ancora più complesse le riforme necessarie per portare l’Unione europea fuori dal guado. Ma soprattutto perché l’eventuale uscita della Grecia dall’euro (scenario tutt’ora ritenuto il più probabile), andrebbe a violare il dogma dell’irreversibilità della moneta unica. Potrebbe dunque prima o poi causare speculazione (finanziaria o bancaria) su altri Paesi, ipoteticamente “candidati” a seguire le orme elleniche fuori dall’euro.
Anche in Europa come in Cina la speranza è che l’arsenale in campo (principalmente della Bce) sia sufficiente per arginare un eventuale effetto domino, qualora si presentasse. Da noi non ci sono certo le cifre cinesi, ma la Bce dispone comunque di molte risorse: ha infatti in corso il quantitative easing (stampa moneta e compra titoli di Stato) e potrebbe attivare lo “scudo” Omt per i Paesi che eventualmente finissero sotto l’occhio della speculazione. Questo tranquillizza molto i mercati, che infatti non scontano attualmente alcun particolare effetto contagio. Ma i mercati potrebbero sbagliare: in fondo l’uscita di un Paese dall’euro è un evento così imprevedibile, che anche lo scudo della Bce potrebbe non essere sufficiente. Soprattutto se si pensa che l’Omt non è mai stato testato da nessuno.
La frenata americana
Il dramma greco e la bolla cinese si intersecano con l’altra grande incognita sui mercati: l’andamento dell’economia Usa e la politica monetaria della Federal Reserve. A causa principalmente del rafforzamento del dollaro su quasi tutte le valute (a partire dall’euro), l’economia Usa sta infatti soffrendo. Si pensi che l’Italia ha aumentato le esportazioni verso gli Usa nell’ultimo anno del 40%, mentre le importazioni dagli Stati Uniti sono calate. E numeri ancora più clamorosi riguardano la Germania.
Il dollaro forte danneggia dunque le imprese statunitensi (infatti quelle quotate a Wall Street quest’anno non dovrebbero registrare alcun incremento degli utili) e l’intera economia. Le previsioni per l’intero 2015 sono ancora positive (il Pil potrebbe crescere tra il 2,5% e il 3%), «perché la domanda interna tira, l’occupazione migliora e la dinamica del credito è buona» spiega Luca Mezzomo, economista di Intesa Sanpaolo.
Ma i rischi al ribasso sono tanti. Guardando agli effetti globali, però, questo potrebbe essere un fattore sia negativo che positivo. Negativo perché se rallentano sia gli Usa sia la Cina, la ripresa globale rischia di svanire. Con buona pace per l’arrugginita locomotiva europea. Positivo perché se questa situazione durasse, la Federal Reserve potrebbe decidere di rinviare il rialzo dei tassi Usa, creando sollievo in tutti i mercati mondiali.
Ma i mercati si trovano a gestire altre potenziali “mine”. Per esempio la crisi tra Russia e Ucraina (che mette ancora in evidenza i limiti della politica europea) e il terrorismo. I fronti di destabilizzazione sono potenzialmente tanti. Una cosa è certa: i prossimi mesi saranno intensi. Anche perché il «fattore P» potrebbe, in ogni momento, cambiare tutte le carte in gioco, nel bene o nel male.

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