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Il fascino «segreto» del Lussemburgo

Numero 73 di Cote d’Eich, in Lussemburgo. Era questo l’indirizzo del Granducato più famoso, almeno fino all’operazione Valentino di ieri sulla quale sta indagando la magistratura di Milano. Al 73 di Cote d’Eich è iniziata infatti la madre di tutte le evasioni fiscali, quella riconosciuta ai soci della Bell (tra i quali Emilio Gnutti) per omessa dichiarazione dei redditi sulla plusvalenza da capogiro (un imponibile di oltre 1,8 miliardi), realizzata nel 2001 con la cessione del 23% delle azioni Olivetti a Marco Tronchetti Provera e alla famiglia Benetton.
Se poi si va ad anni più recenti i due nomi di società lussemburghesi che restano più impressi nella memoria sono quelli della Sfinge Sa e della Tikal Plaza Sa, tramite le quali l’immobiliarista Danilo Coppola controllava il suo piccolo impero del mattone stretto attorno alla quotata Ipi. Erano altri tempi, che tuttavia testimoniano come non è affatto una novità la moda, se così può essere chiamata, di avere holding con sede in Lussemburgo (o in altri Paesi con vantaggi fiscali come ad esempio l’Olanda). A dire la verità la pratica, negli ultimi anni, complice anche l’armonizzazione della legislazione del Granducato a quella degli altri Paesi europei, si è via via affievolita. Anzi, molti imprenditori hanno deciso di riportare in Italia le loro holding di controllo estero-vestite. Ennio Doris, ad esempio, ha detto addio al Lussemburgo e riportato in Italia la quota maggiore che possiede in Mediolanum. La stessa Sintonia, holding infrastrutturale dei Benetton, è tornata in Italia.
Una premessa è obbligatoria. Possedere una società veicolo in Lussemburgo non è di per sé indizio di una volontà di elusione fiscale. È, ad esempio, una pratica comune di molti fondi di private equity quella di costituire la società veicolo in Lussemburgo.
Il Granducato offre infatti dei vantaggi (sia in termini di minore burocrazia sia di velocità nella realizzazione di operazioni finanziarie) sicuramente molto attraenti per qualsiasi investitore. L’elusione c’è solamente quando eventuali plusvalenze ottenute da cessioni (ad esempio di pacchetti azionari) non vengono denunciate al Fisco italiano.
Ma quali sono le società quotate che ancora mantengono holding di controllo in Lussemburgo? I casi sono numerosi. Biancamano, società di partecipazioni nel campo dell’igiene ambientale, è controllata da Giovanni Battista Pizzimbone tramite la Biancamano Luxembourg Sa, che possiede il 50,29% delle azioni. Sempre nel Gran Ducato ha sede il veicolo che detiene il controllo del gruppo Class Editori: la EuroClass Multimedia Holding che possiede il 47,4% delle azioni del gruppo editoriale. Ha invece sede in Olanda il soggetto posto al vertice della catena partecipativa di Cobra Automotive Technologies: la Quattroduedue Holding Bv (che ha indirettamente un pacchetto del 51,4%). Anche il gruppo della gioielleria Damiani è controllato in Lussemburgo tramite la Leading Jewels Sa (con il 56,1%). La De Longhi e la controllata Delclima sono invece possedute tramite la De Longhi Soparfi Sa (con il 75% circa delle azioni).
Il pacchetto di controllo (32,4%) di MutuiOnline è invece detenuto tramite la Alma Ventures Sa. La quota maggiore (14,7%) di Retelit è in mano libica tramite la Bousval Sa. La Txt E-Solutions è controllata dal socio di riferimento lussemburghese E-Business Consulting Sa (con il 29,6%). Controlla poi storicamente dall’Olanda le proprie attività il gruppo Pesenti con la olandese Efiparind Bv (tra cui il 60% di Italcementi e il 47% di Italmobiliare). Tra chi dirige le sue attività dal Lussemburgo c’è anche la famiglia Fossati che tramite la Findim possiede il 15% di Gas Plus e il 4,9% di Telecom Italia. Come pure la Luxottica di Leonardo Del Vecchio il cui controllo (66,4%) è nella Delfin Sarl.

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