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Il fallimento si dichiara in Italia

È di competenza del tribunale fallimentare italiano la giurisdizione per la dichiarazione di fallimento di una società di fatto dedita alla raccolta del risparmio con sede statutaria all’estero, ma con il centro principale dei propri interessi in Italia. Laddove per centro di interessi deve intendersi il centro direttivo e amministrativo dell’impresa, che non sempre coincide con la sede legale della stessa.

Questo il principio espresso nella motivazione della sentenza del 10 settembre 2012 n. 4138 della Corte d’appello di Roma.

Il caso. Il Tribunale di Roma dichiarava il fallimento di una società di fatto con il centro principale dei propri interessi in Italia (a Roma), ma con sede legale all’estero. La società, al di là dei ruoli formali rivestiti dalle persone fisiche, aveva creato un sistema di gestione collettiva finalizzata all’attività di raccolta del risparmio esercitata in larga scala (peraltro senza autorizzazioni) nel quadro di una comune strategia d’impresa per mezzo dello strumento operativo rappresentato dalle società del gruppo. In concreto esisteva un rapporto societario di fatto tra le persone fisiche, tutte cooperanti per il raggiungimento di un comune obiettivo economico. I soci della società presentavano il ricorso in Corte di appello di Roma lamentando la violazione dell’articolo 6 l.f. da parte del Tribunale, il quale aveva dichiarato d’ufficio il fallimento della società. Affermavano che la società dichiarata fallita non era soggetta a fallimento in quanto cessata oramai da tempo. E inoltre sostenevano l’incompetenza del giudice italiano in quanto la società aveva sede legale all’estero.

La posizione della Corte d’appello di Roma. I giudici della Corte d’appello di Roma, per quanto attiene alla giurisdizione per la dichiarazione di fallimento, si rifanno alla disciplina comunitaria e in particolar modo all’art. 3 del regolamento (Ce) del consiglio 29 maggio 2000 n. 1346 e alla sentenza 20 ottobre 2011 (causa C-396/09) della Corte di giustizia della Comunità europea. L’art. 3 del regolamento (Ce) del consiglio 29 maggio 2000 n. 1346 dispone che: «Sono competenti ad aprire la procedura di insolvenza i giudici dello stato membro nel cui territorio è situato il centro degli interessi principali del debitore, il quale, per le società, si presume, fino a prova contraria, coincidere con quello della sede statutaria». Per la Corte di giustizia Ue il centro degli interessi principali di una società debitrice deve essere individuato «privilegiando il luogo dell’amministrazione di tale società, come determinabile sulla base degli elementi oggettivi e riconoscibili da terzi. Qualora gli organi direttivi e di controllo di una società si trovino presso la sua sede statutaria e qualora le decisione di gestione di tale società sia assunte, in maniera riconoscibile dai terzi, in tale luogo, la presunzione introdotta dalla suddetta disposizione non è superabile; laddove il luogo dell’amministrazione principale di una società non si trovi presso la sua sede statutaria, la presenza di attività sociali nonché l’esistenza di contratti relativi alla loro gestione finanziaria in uno stato membro diverso da quello della sede statutaria di tale società possono essere considerati elementi sufficienti a superare tale presunzione solo a condizione che una valutazione globale di tutti gli elementi rilevanti consenta di stabilire che, in maniera riconoscibile dai terzi, il centro effettivo di direzione e di controllo della società stessa, nonché della gestione dei suoi interessi, è situato in altro stato membro».

Nel caso di specie osservano i giudici della Corte d’appello l’attività societaria era stata svolta quasi esclusivamente in Italia. La società faceva capo ai medesimi soci italiani e l’attività di raccolta del risparmio era avvenuta sempre con pianificazione a Roma.

In tale contesto il ricorso dei soci non va accolto ed è da escludere che il tribunale, nel dichiarare il fallimento della società di fatto, abbia proceduto d’ufficio violando l’art. 6 l.f. Essendosi viceversa limitato a individuare le entità soggettive cui riferire le richieste di dichiarazione di fallimento.

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