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Il fallimento non ferma la Tasi

Se già la lettura della disciplina Tasi faceva prevedere un caos a causa delle numerose lacune presenti nell’impianto di base, la sua applicazione ne sta rivelando molte altre. Tra queste c’è l’obbligo per i curatori fallimentari di pagare la Tasi sugli immobili acquisiti all’attivo fallimentare e in attesa di vendita.
Mentre la disciplina Imu (articolo 9, comma 7, Dlgs n. 23 del 2011) richiama la normativa già applicabile all’Ici, in base alla quale per gli immobili compresi nel fallimento o nella liquidazione coatta amministrativa c’è una sospensione dell’obbligo di pagare l’imposta comunale dalla data di dichiarazione del fallimento e fino al decreto di trasferimento, dovendo poi il curatore pagare l’intera imposta maturata in questo periodo, che ovviamente può comprendere più annualità d’imposta, in un’unica soluzione entro novanta giorni dal decreto di trasferimento, la normativa Tasi nulla dice al riguardo.
La disciplina sul nuovo tributo prevede solo, attraverso il rinvio all’articolo 9, comma 3, del Dlgs n. 23 del 2011, che il versamento debba essere effettuato (in teoria) negli stessi termini dell’Imu, ovvero con due rate di pari importo al 16 giugno e al 16 dicembre. Il richiamo a questa disposizione però non permette di estendere «per analogia» anche l’ulteriore disposizione che prevede per l’Imu la sospensione dei versamenti durante la procedura fallimentare. Si ritiene che questo vuoto possa essere colmato solo con una modifica normativa che richiami espressamente anche per la Tasi il regime speciale previsto per i fallimenti, perché non appare sufficiente un’interpretazione ministeriale riparatrice.
In assenza di norma derogatrice delle regole ordinarie, il curatore fallimentare sarà quindi tenuto a pagare la Tasi come qualsiasi altro contribuente, essendo ormai pacifico (Cassazione n. 5035/2012) che le spese di natura fiscale maturate in corso di procedura fallimentare sono debiti contratti per l’amministrazione del fallimento.
Infine, va anche evidenziato, che per quanto disposto dal comma 672 della legge 147/2013, nel caso di immobili in locazione finanziaria, il curatore dovrà pagare la Tasi anche per gli immobili utilizzati dalla società fallita ma non formalmente riconsegnati alla società di leasing con un verbale, e questa situazione si può verificare anche per procedure concorsuali aperte da anni.
Peraltro, sul questo specifico tema si sta formando un consistente contenzioso anche nella disciplina Imu, in quanto secondo Assilea anche per quest’imposta la soggettività passiva permane in capo a locatario anche dopo la risoluzione anticipata del contratto, se non c’è stata la riconsegna del fabbricato, comprovata dal verbale di consegna. Contro questa tesi si è schierata Ifel, che con nota del 4 novembre 2013 ha sostenuto che sia sufficiente la risoluzione del contratto.
Seguendo la tesi di Assilea, per i fabbricati già locati a società fallite da anni e per i quali il curatore fallimentare non ha provveduto alla formale riconsegna, l’Imu e la Tasi sarebbero quindi a carico della procedura fallimentare; e non essendoci alcun fabbricato da vendere, anche l’Imu dovrebbe qualificarsi come spesa di procedura da liquidarsi alle ordinarie scadenze, non potendo trovare applicazione la sospensione prevista dall’articolo 10, comma 6 del Dlgs. n. 504/1992, la quale sembra inscindibilmente legata alla presenza di un bene da cedere.

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