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Il fallimento greco e il pericolo contagio? Pochi bond, non sarà un’altra Argentina

Luigi Einaudi diceva che i risparmiatori hanno memoria da elefante e zampe da lepre. Ricordano tutto e scappano veloci. Con la loro memoria da elefante molti italiani ricorderanno uno dei pochi casi in cui la zampa di lepre nulla potè per salvarli: il default della Repubblica Argentina. 
All’apice di quella crisi, il 20 dicembre del 2001, l’appena eletto presidente Fernando de la Rua fu costretto addirittura a scappare in elicottero dalla Casa Rosada. La folla inferocita aveva circondato la dimora presidenziale al centro di Buenos Aires. Tre giorni dopo — di domenica — il suo successore Adolfo Rodríguez Saá dichiarò al mondo il default sul debito sovrano (su Youtube si può ancora trovare il filmato con la ola da stadio che gli tributò il parlamento argentino).
Il lunedì 450 mila risparmiatori italiani che possedevano un’enorme quantità di Tango bond (14 miliardi di euro) non poterono fare altro che scoprire che valevano meno del 20% del loro valore facciale.
Ora che la parola default aleggia sul debito greco la domanda è se dopo il caso dei Tango bond dobbiamo preparaci a quello dei «Partenone bond».
In realtà la situazione appare molto diversa, almeno in termini di impatto. I titoli del debito greco trattati sul Mot, dunque acquistabili anche con delle semplici piattaforme di trading online dal proprio computer, sono molto ridotti perché la Grecia non è l’economia argentina del 2000 e non ha mai potuto fare grandi emissioni. Inoltre vanno considerati due fattori: a ben guardare questi titoli scontano già un sostanziale default con un tasso di rendimento a due anni superiore al 25%. Senza contare che un «default» mascherato c’è, di fatto, già stato. Nella notte fra il 20 e il 21 febbraio 2012 a Bruxelles l’Eurogruppo approvò la tranche di aiuti per la Grecia di 130 miliardi, rimandando il crac della penisola ellenica. Ma a marzo si verificò comunque quello che tecnicamente si chiama l’haircut del debito: una sforbiciata. I detentori privati di titoli di stato greci dovettero accettare obtorto collo il taglio del 50% del valore nominale dei titoli (contro il 70% che l’Argentina impose in due fasi, nel 2005 e el 2010, ai propri creditori).
Peraltro con il declassamento delle agenzie di rating i titoli di Atene sono da tempo stati classificati come «junk bond» (titoli ad altissimo rendimento e dunque «spazzatura») uscendo dai circuiti delle obbligazioni vendute direttamente alle famiglie. Almeno dal 2012 i Partenone bond sono titoli altamente speculativi. E, comunque, si tratta di magre emissioni, non paragonabili al fiume di obbligazioni argentine che inondò Italia, Germania, Usa e perfino il Giappone. Per dire: ancora oggi mancano all’appello Tango bond, in mano agli italiani e mai presentati ai concambi aperti da Buenos Aires, per un miliardo di euro.
Se però il default di Atene è già stato sostanzialmente scontato dai mercati c’è un altro rischio che grava su titoli greci. E si chiama Grexit. Con l’uscita dall’euro i creditori si troverebbero in mano dei titoli in qualche moneta che ora potremmo chiamare la dracma 2. Questa valuta con il distacco subirebbe per forza di cose una grave svalutazione, ergo i titoli greci subirebbero un forte effetto negativo valutario.
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