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Il fallimento all’italiana concede la seconda chance

«Se un uomo è in prigione per debiti, né il creditore che lo ha fatto arrestare, né lo sceriffo che lo ha privato della sua libertà sono tenuti a procurargli cibo, acqua o vestiti. Piuttosto, egli dovrà vivere dei propri mezzi oppure attraverso la carità degli altri e se nessun uomo lo soccorrerà lasciatelo morire nel nome di Dio. Così dice la legge e così dico io» (parole pronunciate nel 1663 dal giudice inglese Sir Robert Hyde).
La nuova disciplina sul sovraindebitamento, approvata dal Consiglio dei ministri lo scorso 4 ottobre all’interno del cosiddetto “decreto sviluppo-bis”, rappresenta un momento di particolare significato nel graduale processo che, nei secoli, ha visto la percezione sociale del debito eccessivo evolvere dall’idea di crimine disonorevole a quella di accidentale fatalità.
L’articolata disciplina adottata dal Governo è volta a potenziare la recente legge 3/2012 (Disposizioni in materia di usura e di estorsione, nonché di composizione delle crisi da sovraindebitamento) che, per la prima volta in Italia, ha introdotto una procedura concorsuale in soccorso dei piccoli imprenditori e dei consumatori che versano in una situazione di perdurante squilibrio finanziario.
La nuova disciplina sul sovraindebitamento estende ai soggetti non fallibili due principi che nella tradizione giuridica di common law si sono affermati più di tre secoli fa (nel 1705 in Inghilterra e nel 1841 negli Stati Uniti): la facoltà per il debitore di sospendere le azioni esecutive individuali e di azionare una procedura in grado di regolare, contemporaneamente ed in modo ordinato, tutti i rapporti con i creditori (inclusi quelli privilegiati e quelli dissenzienti) e la possibilità di ottenere la cancellazione di quella parte dei propri debiti che residua all’esito della procedura medesima (la cosiddetta esdebitazione).
In particolare, il beneficio dell’esdebitazione risponde ad un preciso ragionamento economico che ritiene più efficiente per la collettività sollevare il debitore onesto ma sfortunato dal peso oppressivo di un indebitamento insostenibile, consentendogli di tornare ad essere un membro attivo della società.
Attraverso questo intervento normativo, l’Italia si allinea ai principali paesi europei che, con l’eccezione della Spagna, hanno accompagnato, dagli anni Ottanta, l’esplosione del fenomeno del credito al consumo con la previsione di strumenti volti a favorire la composizione della crisi dei soggetti più deboli.
Il ritardo con cui il nostro paese giunge a disciplinare le situazioni di crisi di tali soggetti ha, tuttavia, consentito al Governo di tenere conto di due fondamentali insegnamenti tratti dalla recente crisi finanziaria del 2008: l’incentivazione del rischio e del consumo, tradizionalmente considerato un indispensabile strumento per sostenere l’economia e accrescere la ricchezza sociale, porta con sé rischi significativi sia per i consumatori che in generale per il sistema economico; il beneficio dell’esdebitazione, se concesso in forma troppo liberale, può tradursi in un incentivo distorto che favorisce scelte finanziarie eccessivamente rischiose. Quanto svelato dalla crisi finanziaria ha suggerito al legislatore italiano di recuperare l’originale fondamento della bankruptcy della tradizione di common law, pensata intorno all’idea del soccorso non di ogni debitore sovraindebitato ma di quello “onesto ma sfortunato”, vittima di shock esterni quali la malattia, il divorzio e la perdita del posto di lavoro.
Il testo approvato dal Governo si articola così in un doppio binario che, se da una parte rimette ai creditori, che rappresentano almeno il 60% dei crediti, la decisione di consentire al debitore la ristrutturazione dei suoi debiti, delegando così alle forze del mercato la selezione delle attività economiche che meritano di essere salvate, dall’altra, con particolare riguardo al consumatore, prevede un’autonoma procedura sottratta al controllo della classe creditrice.
Il consumatore sovraindebitato, infatti, può sottoporre al Tribunale un piano di composizione proponendo la cancellazione di quella parte di debiti che non sarebbe comunque pagata anche là dove si procedesse alla liquidazione del suo patrimonio. In luogo dei creditori, sarà il Tribunale ad approvare il piano del consumatore quando escluda che lo stato di sovraindebitamento sia stato causato colposamente.
L’esclusione dell’accordo con i creditori nella procedura destinata ai consumatori trova il suo fondamento nell’esperienza degli Stati Uniti dove sin dal Bankruptcy Code del 1978 il legislatore ha preso atto che i creditori non hanno sufficienti incentivi ad aderire alle proposte dei consumatori che, diversamente dalle imprese, non possono garantire una continuità nella loro attività economica. Peraltro, la scelta del Governo risponde ad un chiaro modello di policy che vede nell’esdebitazione una vera e propria rete di protezione per i soggetti più deboli alternativa a quelle offerte dai tradizionali ammortizzatori sociali. In questa prospettiva, è del tutto coerente rimettere ad un’autorità pubblica, e non ai creditori, la decisione di concedere al consumatore onesto ma sfortunato una seconda chance, consentendogli di poter tornare a partecipare attivamente alla vita sociale ed economica del Paese.
* Professore University of Pennsylvania
** Ricercatore Università di Roma Tre

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