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Il dossier Equitalia riparte da casa e costi

Paletti per ipoteche e pignoramenti sulla prima casa. Riduzione dei compensi per l’attività di riscossione con tutti gli oneri annessi. Senza dimenticare che dietro l’angolo c’è la scadenza entro cui i Comuni si dovranno staccare (non per propria volontà ma perché lo prevede la legge) dall’attuale concessionario pubblico. Il dossier Equitalia sul tavolo del presidente del Consiglio, Enrico Letta, e del ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni, è già molto nutrito. Del resto, il neopremier ha messo subito in chiaro nel discorso per la fiducia alla Camera quella che sarebbe stata la sua linea d’azione: lotta all’evasione «ferrea» ma «senza che la parola Equitalia debba provocare dei brividi quando viene evocata». Molto più di un faro acceso sulla società posseduta al 51% da agenzia delle Entrate e al 49% dall’Inps. Anche perché durante l’ultima campagna elettorale la parola Equitalia è stata citata da tutte le forze politiche – seppur con toni diversi – per chiedere una riduzione dei poteri. Un tema che insieme all’Imu è stato, poi, al centro delle trattative per il sostegno del Pdl al nuovo esecutivo.
La sfida, quindi, è quella di trovare la quadratura del cerchio perché – va ricordato – il cambio di passo impresso dopo la creazione di Equitalia (tra il 2005 e il 2006) nella riscossione dei crediti soprattutto fiscali ha beneficiato le casse dello Stato, degli enti pubblici e di quelli locali.
Uno dei principali capitoli di intervento potrebbe essere – come sull’Imu – la prima casa. La progressione di interventi legislativi dal 2010 in poi hanno progressivamente alzato la soglia a partire dalla quale l’esattore può ipotecare o peggio ancora pignorare la casa. Una delle ipotesi potrebbe essere quella di vietare sempre e comunque al concessionario di procedere sull’abitazione principale, o in alternativa fissare un tetto molto più alto degli attuali 20mila euro.
In realtà le difficoltà maggiori sono quelle che riguardano i costi eccessivi a carico di cittadini e imprese raggiunti dalle cartelle di Equitalia: un aspetto che richiede un doppio livello di analisi, a monte e a valle. A monte, c’è la questione delle somme da riscuotere che arrivano al concessionario pubblico già ampiamete caricate da importi extra rispetto alla contestazione originaria: basta ricordare il peso delle sanzioni sugli avvisi di accertamento che porta in caso di inadempimento quasi a un raddoppio dell’evasione calcolata dal Fisco. Su questo fronte, Equitalia è sicuramente uno spettatore passivo che si limita a fare quello per cui è stata costituita: incassare i crediti che le sono stati affidati. A valle, invece, c’è il capitolo dell’aggio (si veda anche l’articolo a lato) appena ridotto ma solo di un punto percentuale in vista di una revisione dei costi complessivi. A questo si aggiungono gli interessi di mora se il contribuente non paga dopo 60 giorni, che dal 1° maggio scorso sono aumentati di quasi il 15 per cento. E ancora ci sono le spese di esecuzione, vale a dire quelle sostenute per i pignoramenti, che fanno lievitare il conto complessivo a carico del contribuente. Tutte voci che contribuiscono a rendere spesso insostenibile la pretesa in presenza di un contesto economico molto difficile.
Tanti problemi in cerca di soluzione, anche se il primo vero banco di prova per il Governo sarà la gestione dell’addio di Equitalia ai Comuni: la scadenza è vicina (il 30 giugno) e bisognerà comunque garantire la continuità dei servizi di riscossione.

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