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Il doppio fronte di Orlando: le toghe? Diranno che non basta

Al momento del voto Andrea Orlando è seduto al banco del governo, penultimo posto a sinistra della fila dei ministri, tutti gli altri sono vuoti. È venuto ad assistere alla sistemazione di un tassello importante, sebbene non ancora definitivo, della sua riforma della giustizia, annunciata a fine agosto in tandem con Renzi: allungamento dei tempi della prescrizione (accorciati dal governo Berlusconi). Era una delle richieste dei magistrati. «Ma tanto diranno che non va bene — confida il Guardasigilli nel corridoio di Montecitorio —. Per loro quello che facciamo è sempre insufficiente, ogni volta il problema è più complessivo: sulla responsabilità civile, sulla corruzione, sulla prescrizione. Capisco le ragioni del loro sindacato, ma non è sulla base di quelle esigenze che si può valutare ciò che stiamo facendo». 
Il governo deve andare avanti, fa capire il ministro, anche se stavolta ha rischiato di perdere un pezzo di maggioranza: quelli di centro destra che sostengono il governo si sono astenuti, sostengono che i processi troppo lunghi sono un rischio. Orlando capisce pure loro, e in aula ha spiegato che nel passaggio al Senato si cercherà di equilibrare il testo con le altre norme in via di approvazione: «So anch’io che sarebbe stato meglio approvare una riforma organica, ma abbiamo dovuto prendere atto che la Camera ha voluto stralciare la parte sulla prescrizione, forse anche sulla spinta ultimi scandali legati alla corruzione».
Prescrizione e corruzione sono due temi appaiati, il ministro lo sa bene. E le riforme procedono parallelamente alla Camera e al Senato, il cammino è arrivato a metà; a Orlando tocca coordinare i due percorsi a distanza, cercando di fare in modo che uno non intralci l’altro. Compito difficile, che si aggiunge a quello che porta faticosamente avanti da un anno: districarsi tra due linee che sembrano invariabilmente contrapposte. Fra i magistrati che protestano (contro Renzi più che nei suoi confronti) e un partito di governo, il Ncd, che contesta certi atteggiamenti (più delle toghe che di Orlando) in virtù delle antiche battaglia berlusconiane. Stavolta il dissenso s’è manifestato sulla prescrizione, probabile che quando si passerà alle intercettazioni esploda in maniera ancor più fragorosa.
In mezzo resta sempre Orlando. Quando si ritrovò un viceministro alfaniano e un sottosegretario in quota Forza Italia (magistrato leader della corrente più moderata), provò a protestare. Renzi gli disse che bisognava fare così, e lui s’è adeguato. Avviandosi lungo un sentiero impervio e stretto, attento a non cadere tra le braccia dei detrattori, da un lato e dall’altro; protagonista suo malgrado di un conflitto che sembra non doversi arrestare mai. Il ministro fa mostra di non curarsene, cercando di andare avanti e annunciando obiettivi raggiunti. Due settimane fa il quotidiano tedesco Frankfurter Allgemaine Zeitung gli ha dedicato un’intera pagina definendolo «il tenace riformatore della giustizia italiana», attribuendogli frasi con cui il ministro si chiama fuori dalla disputa ormai ultraventennale: «Le priorità su cui punta il nostro governo ora sono diverse; invece di mettere in primo piano il processo che fa scalpore e la lite politica su alcuni dettagli procedurali, il punto per noi è il funzionamento di tutta la giustizia».
Su Orlando pesa ancora l’incognita di una ventilata candidatura alle presidenza della Campania, ma col passare dei giorni sembra un’ipotesi sempre più improbabile. Anche perché un ricambio al ministero di via Arenula potrebbe aprire, per il premier, un buco più grande di quello che il Guardasigilli andrebbe a tappare in quella competizione regionale. E così il ministro va avanti, consapevole del pericolo di inciampare in ogni momento e cercando di approfittare delle coincidenze favorevoli; a lui l’anticipazione della nuova prescrizione non piaceva granché, ma certo può tornargli utile che la riforma abbia fatto un passo avanti all’indomani dell’ennesimo scandalo costato il posto al suo ex collega Lupi, e nel giorno in cui una già molto celebrata fiction fa rivivere i giorni di Mani Pulite.
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