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Il dollaro scende, la Borsa sale

di Walter Riolfi

Il comunicato della Federal Reserve (Fomc) è stato un «non evento», come l'ha definito lo strategist di Weeden & Co. E la conferenza stampa che l'ha seguito due ore dopo, è stata la ripetizione amplificata di quel non evento. Insomma, per i mercati non è successo proprio nulla.

Wall Street ha scalato un nuovo massimo relativo, salendo di un buon 0,62% (+0,78% il Nasdaq), il dollaro ha accelerato la corsa al ribasso, toccando il minimo degli ultimi 17 mesi sull'euro (1,479) e il punto più basso dall'agosto 2008 sul paniere delle principali valute. Il petrolio a New York (oltre 113 dollari) ha rivisto il recente record e il Brent s'è riportato oltre quota 125 dollari. Record assoluto l'ha fatto invece l'oro (sfiorando i 1.530 dollari), un po' perché le quotazioni hanno reagito alla debolezza della valuta americana e un po' perché, dal comunicato del Fomc e dalle parole di Ben Bernanke, s'è capito che i tassi americani resteranno bassi per un «prolungato periodo», come recitano da due anni le note ufficiali della Fed.

E i titoli di Stato come hanno reagito? Sono leggermente prevalse le vendite, come dimostrano i rendimenti aumentati di qualche centesimo rispetto a martedì. Ma anche la reazione dei Treasury al comunicato del Fomc è stata quella di chi tira un sospiro di sollievo: perché alle 18,31, un minuto dopo la nota ufficiale, i rendimenti dei titoli a due anni sono ridiscesi di due-tre centesimi, mentre quelli dei decennali sono rimasti sui massimi della seduta.

Reazione comprensibile, visto che, mentre s'allungano i tempi di un rialzo dei tassi, la Fed ha comunque fatto velatamente intendere che il balzo dei prezzi delle materie prime è un fenomeno un po' meno temporaneo di quanto si credesse un mese fa. Non a caso i Tips trentennali (titoli di stato protetti dall'inflazione) hanno visto salire i rendimenti di circa 6 centesimi rispetto alla vigilia. Del resto è la stessa Fed a pronosticare una discreta crescita del Pil (tra il 3,1 e il 3,3% nel 2011, 3,5-4,2% nel 2012), pur avendo limato le stime rispetto a tre mesi fa.

In realtà, fin dalla prima mattinata, ci si aspettava qualche sorpresa da Ben Bernanke. C'era chi temeva che venisse soppressa l'espressione «tassi bassi per un prolungato periodo» e chi paventava un tono più allarmistico sull'inflazione. Si trattava di una minoranza di operatori, s'intende. Ma quella minoranza era riuscita a muovere al ribasso i Treasury a due anni spingendo i rendimenti dallo 0,61% fino allo 0,7 per cento.

Dopo il comunicato del Fomc i rendimenti sono ridiscesi fino allo 0,65% della chiusura, a dimostrazione che la Fed s'è mostrata più dovish (colomba) del previsto. Parallelamente si sono prolungate tra gli operatori le attese di un rialzo dei tassi. Se nel pomeriggio si davano al 38% le possibilità di una prima stretta monetaria a gennaio 2012 e al 90% di un rialzo a marzo, dopo il Fomc le percentuali s'erano già abbassate rispettivamente al 28 e all'80 per cento. In tarda serata erano scese ulteriormente fino a pronosticare un tasso Fed allo 0,75% non prima del maggio 2012. Del resto, dov'è il problema se Bernanke continua a vedere un'inflazione di lungo periodo sostanzialmente immutata rispetto alle previsioni dello scorso gennaio, quando il petrolio costava però il 30% meno.

La discreta euforia che nel tardo pomeriggio s'è impadronita di Wall Street non ha risparmiato alcun settore, ma ha premiato soprattutto i titoli dei consumi voluttuari e delle telecomunicazioni, rimasti relativamente attardati nei giorni scorsi. E soprattutto sono stati premiati i titoli bancari saliti dell'1,3%, dopo i deludenti risultati trimestrali. Più tranquille le Borse europee che avevano già chiuso i battenti quando è stato annunciato il comunicato del Fomc. Lo Stoxx è salito dello 0,32% (+0,66% Francoforte, +0,55% Parigi, invariata Londra), ma Piazza Affari, guadagnando l'1,39%, ha ancora una volta dimostrato la sua scarsa correlazione con i mercati europei.

E mentre si acuivano le tensioni sui debiti sovrani europei (gli spread sui rendimenti decennali sono volati a nuovi massimi per Grecia, Portogallo e Irlanda), condizionando per buona parte della seduta pure quelli dei nostri BTp, a Milano il settore bancario ha segnato uno dei maggiori rialzi degli ultimi mesi (+2,46%), in aperta controtendenza con quello europeo. 

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