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Il divorzio si separa dai tribunali

Lasciarsi senza far volare gli stracci e senza dover passare per un tribunale. Un’opportunità che le coppie in crisi possono percorrere già dallo scorso settembre e che sembra inizi a fare proseliti. Nel 2014, infatti, le cause di separazione consensuale finite sui tavoli dei giudici sono diminuite, rispetto all’anno prima, del 4%, contro un aumento del 2% delle separazioni giudiziali.
Imputare il calo solo alle nuove regole sarebbe, però, eccessivo. La diminuzione del contenzioso non riguarda, infatti, solo le crisi familiari, ma investe tutta la giustizia civile, che nel 2014 ha “perso” più di 170mila ricorsi, il 2% in meno rispetto al 2103, quando i tribunali avevano incamerato oltre 174mila nuovi fascicoli.
«Questo significa – spiega Fabio Bartolomeo, responsabile dell’ufficio statistica del ministero della Giustizia – che ci sono, in generale, una serie di motivi che hanno contribuito alla diminuzione della litigiosità: la crisi, l’aumento del contributo unificato, la mediazione. Però, per quanto riguarda le cause familiari, si può presumere che anche le nuove norme sulle separazioni stragiudiziali abbiano contribuito al calo».
Valutazione sostenuta da altri dati, seppure meno strutturati. Il ministero dell’Interno, su input di quello della Giustizia, ha infatti monitorato l’attività degli uffici di stato civile di 15 Comuni, che rappresentano il 30% dell’intero flusso di lavoro di quelle amministrazioni, e ha rilevato che lo scorso gennaio sono state presentate 80 richieste di separazione stragiudiziale, diventate 180 a febbraio. Proiettando questi dati – comunque destinati, se ci si attiene all’andamento dei due mesi, a crescere – si ottiene che circa 6mila coppie sono intenzionate a separarsi senza andare in tribunale.
Insomma, qualcosa si sta muovendo, anche se questi primi dati devono essere accompagnati da cautela. Anche perché le nuove regole per lasciarsi senza finire davanti a un giudice – previste dalla riforma della giustizia varata lo scorso autunno (decreto legge 132, convertito dalla legge 162) – sono diventate operative il 13 settembre. Prevedono che le coppie in crisi possano ricorrere alla negoziazione assistita, ovvero farsi seguire da almeno una coppia di avvocati (uno per parte) che le guidi verso una separazione soft (per quanto lo possa essere la fine di un matrimonio).
L’accordo tra i coniugi raggiunto davanti agli avvocati e facendo a meno dei giudici va, comunque, sottoposto al procuratore della Repubblica, che deve rilasciare il nullaosta. La separazione extragiudiziale va poi registrata dall’ufficiale di stato civile del Comune in cui era stato iscritto il matrimonio. Una procedura studiata anche per deflazionare il carico di lavoro dei tribunali civili, afflitti da oltre cinque milioni di cause pendenti.
Misura a cui si affianca l’altra – sempre prevista dalla riforma dello scorso settembre, anche se la norma in questione è entrata in vigore a metà novembre – che consente ai coniugi che si stanno lasciando di formalizzare tutto davanti al sindaco quale ufficiale di stato civile. In questo caso l’assistenza dell’avvocato è facoltativa, ma la procedura non si può applicare se la coppia ha figli minori, figli maggiorenni incapaci o portatori di handicap grave o se sono economicamente non autosufficienti.
Tutto questo mentre il Parlamento si prepara a licenziare – molto probabilmente già questa settimana – nuove norme per rendere ancora più veloce la fine di una coppia. Da domani, infatti, l’Aula della Camera ha all’esame in seconda lettura il disegno di legge che riduce i tempi delle separazioni e dei divorzi nonché quelli dello scioglimento della comunione dei beni.
Nel caso delle separazioni giudiziali viene, infatti, ridotta da tre anni a dodici mesi la durata minima del periodo di separazione ininterrotta dopo la quale è possibile presentare la domanda di divorzio. Se la separazione è, invece, consensuale, il termine scende a sei mesi, durata quest’ultima che si applica anche ai procedimenti che nascono come separazione giudiziale e poi si trasformano in abbandono consensuale. In entrambi i casi il termine decorre dal momento della comparsa della coppia davanti al presidente del tribunale nella procedura di separazione.
La nuova norma, unita all’effetto deflazione innescato dalla novità della negoziazione assistita, dovrebbe produrre un taglio dei tempi delle cause di scioglimento del matrimonio, procedimenti che nel 2013 hanno fatto registrare una durata media di 627 giorni per quanto riguarda le separazioni e i divorzi giudiziali, contro i 119 giorni richiesti dalle separazioni consensuali.
La novità che il Parlamento si appresta ad approvare interviene anche sui tempi di scioglimento della comunione di beni, che al momento avviene con il passaggio in giudicato della sentenza di separazione. Oggi può, pertanto, accadere che anche in presenza di cessazione della convivenza – autorizzata dai provvedimenti provvisori del presidente del tribunale ai sensi dell’articolo 708, terzo comma, del Codice di procedura civile – gli acquisti effettuati successivamente da uno dei coniugi ricadano nella comunione legale. Per ovviare a simili inconvenienti, la nuova norma ne anticipa lo scioglimento. Nel caso di separazione giudiziale, lo fa decorrere dal momento in cui il presidente del tribunale autorizza i coniugi a vivere separati. Se invece la separazione è consensuale, dal momento della sottoscrizione del verbale di separazione.

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