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Il diritto d’autore e i diritti della rete

Accade talvolta di imbattersi in decisioni che salomonicamente affrontano questioni oggetto di dibattito anche aspro, senza scontentare all’apparenza nessuna delle parti della contesa. Questo è il caso dell’ordinanza del Tar Lazio del 26 settembre scorso, che ha sospeso una complessa controversia relativa alla legittimità del regolamento Agcom del 2013 sulla protezione del diritto d’autore in rete, chiamando la Corte costituzionale a pronunciarsi sulla costituzionalità delle leggi alla base di tale regolamento.
Come gli appassionati del diritto di internet ricorderanno, il procedimento di approvazione del regolamento è stato piuttosto travagliato. In particolare, si discuteva se davvero un’autorità amministrativa potesse intervenire in una materia così delicata, senza una legge che indicasse obiettivi e limiti. Nel merito, molti obiettavano che le regole introdotte potessero arrecare un pregiudizio ad alcune libertà costituzionalmente tutelate, fra cui il diritto di manifestare il proprio pensiero. Infatti, il regolamento consente all’Autorità di imporre agli operatori della comunicazione la rimozione selettiva di un contenuto o, nei casi più gravi, l’oscuramente di un sito internet all’esito di un procedimento scandito da tempi strettissimi.
Da un lato, chi difendeva le ragioni degli autori confidava in una pronuncia che confermasse la legittimità del Regolamento, argomentando che, pur in assenza di un’esplicita attribuzione legislativa, i poteri dell’Agcom dovessero ritenersi impliciti nell’obiettivo di tutelare il diritto d’autore che la normativa assegna (esplicitamente) all’Autorità.
Dall’altro lato, i paladini della “libertà della rete” puntavano invece a una pronuncia di illegittimità che, accertata la mancanza dei presupposti per un’iniziativa in tal senso, travolgesse il regolamento e restituisse la parola alle Camere, sino ad ora rimaste inerti. Ed in effetti, proprio il silenzio del legislatore aveva spinto anche in questa occasione un’autorità amministrazione come l’Agcom a invadere uno spazio che a rigore può essere occupato solo dai rappresentanti del popolo.
Il giudice amministrativo in verità non risponde a nessuno di questi interrogativi, ma cambia il quesito, spostandolo a un livello superiore.
Dubita, infatti, che le leggi invocate dall’Autorità a fondamento del proprio potere di emanare un regolamento siano conformi ad alcune norme costituzionali, in particolare a quelle a tutela della libertà di manifestare il proprio pensiero e del diritto a una difesa effettiva.
La partita è ancora aperta e per comprenderne gli esiti occorrerà attendere che la Corte costituzionale si pronunci. Tuttavia, il provvedimento del Tar sembra offrire qualche indicazione a conferma della legittimità del regolamento e delle sue fondamenta. Non pare, infatti, che le rimostranze avanzate da coloro che avversano il regolamento abbiano fatto breccia negli argomenti dei giudici. Piuttosto, la scelta del Tar appare mossa da cautela e da senso di opportunità, ma è lontana dal supportare con particolare convinzione i profili di incostituzionalità paventati nel provvedimento di rinvio.
Sarà comunque ancora una volta compito della Corte costituzionale dare ordine a un sistema normativo confuso e incoerente, principalmente per colpa di un legislatore ormai cronicamente incapace di confrontarsi con le sfide delle nuove tecnologie.

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