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Il direttore in trincea davanti ai giudici “Io innocente, il cavallo nero è un altro”

ASSISTITO dal suo avvocato Roberto Borgogno, in otto ore di interrogatorio – un tempo lunghissimo eppure insufficiente a completare la sua deposizione (i pm torneranno a sentirlo sabato) mette a verbale una storia che, all’osso, può essere riassunta così: «Ero un uomo di banca, non di finanza. E alla Banca d’Italia non ho mai mentito. Ho semplicemente riferito, ritenendolo corretto, ciò che la struttura finanziaria del Monte mi aveva trasmesso».
Insomma, se in questa storia ci sono dei «cavalieri neri» – argomenta Vigni – vanno cercati altrove. Anche se l’incedere della sua deposizione – per quello che è possibile ricostruire – è felpato. L’ex direttore generale non accusa mai nessuno. Almeno in modo diretto. E’ attento a pesare le parole e gli aggettivi su Mussari, di cui non intende mettere in discussione la “correttezza”, ma è altrettanto certosino nel tracciare una linea di confine evidente tra il ruolo di monarca dell’ex Presidente e il suo, che tratteggia come quello di qualificato ma semplice portatore d’acqua. A cominciare dall’incipit di questa storia, l’acquisizione di Antonveneta per 9 miliardi di euro nel novembre 2007. Di quell’operazione, Vigni continua a difendere la bontà. «In quel momento – dice ai pm – nessuno fuori dal Monte eccepì su quella che era ritenuta una scelta strategica necessaria. E nessuno poteva prevedere il crollo e la crisi globale dei mercati». Tuttavia – aggiunge – in quella scelta, lui, come direttore generale, ebbe un ruolo pressoché nullo. «Non partecipai alle negoziazioni. Non ebbi ruolo nella definizione del prezzo finale di acquisto ». Perché – a suo dire – per lui era stato ritagliato un «ruolo da uomo di banca quale sono». Vale a dire, «l’armonizzazione delle filiali di Antonveneta nel sistema di sportelli del Monte. I rapporti con la clientela retail».
Né cambia la musica quando i pm lo incalzano sulla sua corrispondenza con Bankitalia nell’autunno del 2008, quando, di fronte alle perplessità della Vigilanza sull’operazione F.r.e.s.h. da un miliardo funzionale all’acquisizione di Antonveneta, il Monte dissimula quel prestito ibrido come un aumento di capitale. Anche su questo punto, infatti, Vigni si fa “Candid”. «Ero uomo di banca. Non di finanza – ripete come un mantra – Dissi in buona fede a Bankitalia quello che mi aveva comunicato la nostra struttura finanza». Detta altrimenti: dissi quel che mi venne detto di dire da chi di queste cose si intendeva e trattava. Lo stesso che avrebbe negoziato i famosi contratti derivati “Alexandria” e “Santorini” necessari a spalmare nel tempo, occultandole, le perdite in bilancio. Dunque, quel Gianluca Baldassarri che dell’area finanza di Mps era il responsabile nell’ufficio di Londra e che il passare dei giorni stanno consegnando al ruolo di Grande Colpevole. «Capo della banda del 5 per cento», spregiudicato e avido maverick dei derivati su cui ritagliava per sé e i suoi generose provvigioni in nero.
Non c’è stato tempo ieri per chiedere a Vigni perché, «da uomo di banca», avesse deciso di chiudere in una cassaforte quei famosi contratti derivati su cui lui nessuna voce in capitolo avrebbe avuto (è il motivo per cui il suo interrogatorio proseguirà sabato). Ma è evidente già ora che la salvezza di Vigni passa anche e soprattutto per la dannazione di Baldassarri. Destino cui l’ex manager di Mps sembra tutt’altro che rassegnato. Ieri sera, infatti, mentre gli uomini del Nucleo valutario della Guardia di Finanza di Roma gli congelavano 18 milioni di euro “scudati” e parcheggiati sui conti di una fiduciaria, ha nominato come suo avvocato Filippo Dinacci. La cui prima mossa è stata informare la Procura di Siena che «Baldassarri non è irreperibile». Che non si è dunque dato a una latitanza preventiva, ma rientrerà in Italia di qui a lunedì della prossima settimana. Per raccontare ai pm un’altra storia. La sua. Che al cuore avrebbe una verità opposta a quella sin qui accreditata. Quella di una «nota ostilità» tra lui e Mussari. Il che non avrebbe potuto metterlo nelle condizioni di fare il padrone in una banca il cui monarca gli aveva giurato ostracismo. Vedremo.

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