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Il direttore Consob, la fretta della nomina

Le dimissioni, il 9 gennaio, del direttore generale della Consob, Gaetano Caputi, per ragioni personali e la sua sostituzione con Angelo Apponi, riportano l’attenzione su un’Authority che vive una stagione difficile. Da 90 mesi viviamo una crisi finanziaria; in tali tempi di ferro vige la «legge marziale di stabilità del sistema», la sua garanzia fa premio su tutto, incluse trasparenza e correttezza nei mercati. La loro tutela spetta alla Consob, il cui collegio il governo Monti ridusse da 5 membri a 3, rendendo impossibile darle la giusta miscela di competenze economiche, di mercato e giuridiche. Il Parlamento ha ripristinato il collegio a 5, ma il governo non ha scelto i membri mancanti; la Consob è ancora retta da un presidente versato in finanza pubblica e da due esperti di diritto, pubblico e commerciale. È evidente lo sbilanciamento di competenze di un’Authority essenziale.
La nomina di Caputi, per metodo e merito, sollevò forti polemiche, destinate a riaccendersi per la sua rapida sostituzione con un dirigente interno, molto vicino a un presidente con una gestione marcatamente accentratrice di un’istituzione cui è, pur tuttavia, preposto un collegio. A parte i dubbi sulle vere ragioni dell’uscita di Caputi, rende perplessi anche la sua sostituzione. Al di là della scelta, questo collegio, privo di alcune essenziali competenze, ha optato per un blitz, ritenendo superflua un’accurata ricerca del soggetto più adatto al ruolo.
Colpisce il poco riguardo nei confronti dei futuri commissari, le cui esperienze potevano aiutare a individuare il giusto candidato; dovranno digerire una pappa fatta. Soprattutto, il collegio ha ritenuto superfluo tracciare un identikit del direttore generale necessario a questa Consob, e fare un’almeno sommaria ricognizione delle candidature. Sarà pure ingenuo chiedere annunci di ricerca su testate qualificate, ma per chi abbia a cuore i mercati finanziari a servizio dell’economia reale è un doloroso dovere manifestare preoccupazione, per il rattrappimento su se stessa di un’istituzione che dell’apertura al nuovo dovrebbe fare la sua bandiera.

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