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Il dibattito dell’odio

È stato il duello dell’odio. Pochi contenuti, troppa cattiveria. Un clima avvelenato fin dal primo gesto: quando Donald Trump e Hillary Clinton arrivano sul palco, non si stringono neppure la mano. Al primo match, il 26 settembre, c’era stato almeno quell’abbozzo di fair play.
Un dibattito «brutale», lo definisce l’indomani il sito Politico. com
che aggiunge un’amara ma inevitabile previsione: «Altri 29 giorni di fango». Il New York Times
parla di «colpi bassi», in un periodo in cui pare che le parti basse dell’anatomia abbiano preso il sopravvento. Il Wall Street Journal definisce il dibattito «rancoroso», e fra tutti i titoli del giorno dopo, questo è quasi un understatement.
Dopo il secondo duello televisivo, i commenti dei media americani guardano più allo stile che alla sostanza. Perché, in fondo, lo stile è diventato la sostanza: di tasse, sanità, terrorismo, politica estera, si è parlato poco e senza novità nei contenuti; ciò che tutti ricorderanno di quella serata sarà l’aggressività ai massimi, e la delegittimazione reciproca. «Se vinco ti sbatto in carcere»: roba da repubblica delle banane.
Sul Washington Post alcuni esperti si dedicano a un esercizio da etologi (quelli che studiano il comportamento animale): smontano ogni singolo gesto, per un’analisi del linguaggio corporeo in quei 90 minuti infernali. Trump si distingue per dei tic da alfa-maschio, capobranco: tira su col naso come un toro che sta per caricare; gira attorno a Hillary come un leone che vuole marcare il suo territorio; le punta costantemente l’indice contro, «un gesto ostile in tutti i linguaggi di tutte le tribù». Zoologia e antropologia spiazzano l’analisi politica. Non convince neppure la cortesia finale, perché quando Hillary confessa che di Trump le piacciono i suoi figli, è un complimento con veleno subliminale: The Donald tiene famiglia e a quella pensa prima di tutto.
I primi sondaggi danno la vittoria a Hillary, ma il duello di lunedì sera probabilmente non sposterà molto. Anche perché è stato quasi offuscato, in quanto a visibilità mediatica e impatto emotivo, dal video del 2005 dove Trump si vantava di afferrare le sue prede femminili dalle parti intime, lo scandalo che ha occupato i media durante tutto il weekend.
Intanto escono nuove rivelazioni dello stesso tenore, i “fuori onda” di Trump quando animava il reality show The Apprentice, anche lì battute pesanti sulle concorrenti donne. Comunque, nei sondaggi era già in atto una rimonta di Hillary, iniziata dopo il primo duello tv del 26 settembre.
In quanto all’establishment repubblicano, già si spengono le sue velleità di insurrezione anti-Trump. Il candidato è quello, non si cambia cavallo a 29 giorni dal traguardo finale. Paul Ryan, che è la più alta carica istituzionale del partito come Speaker of the House (l’equivalente del nostro presidente della Camera) già sabato aveva capito l’antifona. Ryan aveva condannato subito e duramente le volgarità sessiste di Trump, ma si era ben guardato dal ritirargli l’endorsement, tanto meno aveva evocato lo scenario fantapolitico di un cambio di candidato. L’unica cosa che Ryan può e deve fare, è quella che ha annunciato ieri: smette di far campagna per Trump e si concentra invece sulle elezioni legislative.
L’8 novembre oltre a designare il loro nuovo presidente gli americani votano per rinnovare l’intera Camera (435 deputati) più un terzo del Senato (34 su 100 senatori). Attualmente sia la Camera che il Senato hanno maggioranze repubblicane. Gli scenari prevalenti nei sondaggi dicono che è quasi impossibile per i democratici riconquistare una maggioranza alla Camera, mentre è alla loro portata una maggioranza (forse esile) al Senato.
Ryan si concentra sulla missione “salvare il salvabile”. Ridurre ai minimi le perdite non è facile, qualora Trump vada incontro ad una sconfitta netta, e nell’ipotesi (storicamente frequente) che gli elettori travasino i voti per la candidata democratica alla Casa Bianca anche in favore dei suoi compagni di partito alla Camera e al Senato.
L’esercizio acrobatico di Ryan e di molti candidati repubblicani al Congresso consiste nel fare campagna contro Hillary ma prendendo le distanze quanto più possibile da Trump. Triplo salto mortale con avvitamento.

Federico Rampini

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