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Il delisting non «apre» la società

Le società delistate non si considerano automaticamente società “aperte”, cioè emittenti con strumenti finanziari diffusi, ma lo divengono solo se ricorrono i requisiti generali previsti dal Regolamento emittenti, tra i quali vi sono la presenza nel capitale di almeno 500 azionisti rappresentanti il 5% o più e la possibilità di redigere il bilancio in forma abbreviata.
Il principio è stato enunciato, affrontando il caso per la prima volta in assoluto, dall’ordinanza della Sezione specializzata in materia d’impresa del Tribunale di Milano, depositata lo scorso 1° ottobre, nell’ambito di una controversia che vedeva opposti il consiglio di amministrazione di una società delistata da molti anni (oggi in stato di scioglimento e liquidazione), che poteva redigere il bilancio in forma abbreviata e considerava la società “chiusa”, ritenendo applicabili le normali maggioranze assembleari previste dal Codice civile, e il nuovo azionista di riferimento di tale società che sosteneva che la società delistata era comunque società “aperta” per effetto della revoca della quotazione, e che in assemblea si applicavano dunque quorum ridotti.
La pronuncia ha innanzitutto ricostruito il quadro normativo di riferimento per arrivare a risolvere il quesito se la società revocata dalla quotazione della Borsa di Milano potesse essere inserita nel perimetro di quelle che tuttavia fanno ricorso al mercato del capitale di rischio sulla base dell’articolo 2325 bis del Codice perché emittente «azioni diffuse fra il pubblico in misura rilevante».
L’ordinanza ricorda allora l’articolo 2 bis comma 1 del Regolamento emittenti della Consob secondo il quale società emittenti azioni diffuse sono quelle che contestualmente:
– hanno più di 500 azionisti diversi dai soci di controllo che detengono complessivamente una percentuale di capitale sociale pari almeno al 5%;
– non hanno la possibilità di redigere il bilancio in forma abbreviata.
Va però accertato da quando le società azionarie devono essere considerate soggette alla disciplina legale degli emittenti azioni diffuse (compresi gli obblighi informativi previsti dal Testo unico della finanza). Per i giudici milanesi questo momento, come espresso anche dall’articolo 108, comma 4 del medesimo Regolamento, coincide con il giorno successivo al delisting. Una soluzione coerente, sottolinea l’ordinanza, con la necessità di non lasciare quel vuoto di tutela che si verrebbe a creare se a una società già quotata dovesse applicarsi lo status di società diffusa solo dall’inizio dell’esercizio sociale successivo a quello in cui si sono verificate le condizioni per essere considerata tale (nel caso, il delisting).
Dopo questo chiarimento di natura temporale e generale, l’ordinanza scioglie anche il nodo relativo alla fisionomia giuridica della società oggetto della controversia, specificando che non può essere considerata nel novero di quelle con azionariato diffuso, perché conserva la facoltà di redigere il bilancio in forma abbreviata, facendo con questo venire meno uno dei due requisiti per essere considerata “aperta”. Per l’avvocato Maurizio Traverso dello studio milanese «Hi. Lex» che ha assistito in liquidatori «Il Tribunale delle imprese ha interpretato il Regolamento emittenti in modo tale da non assoggettare società di limitate dimensioni alle regole e agli onerosi obblighi informativi previsti per le società “aperte” solo perché dopo il delisting sono rimasti molti piccoli azionisti».

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