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Il default non scatta prima di un mese

Il primo mancato pagamento ( non si può chiamare ancora default) della Grecia si è materializzato ieri alle 18 ora di Washington, l’una di notte ad Atene. Ed è un “pre-default” pesante. Al Fondo Monetario, che attendeva il saldo di una rata da 1,56 miliardi di euro, non è arrivato nemmeno un centesimo. Atene deve in tutto 21 miliardi di euro all’Fmi, il maggior finanziamento nella storia dell’istituzione. Anche se la Grecia ha chiesto ufficialmente una proroga, sono scattate le misure automatiche. Atene è stata messa
in arrears (arretrato) insieme a una poco raccomandabile compagnia di Paesi morosi: Sudan, Somalia, Cuba e Zimbabwe, l’ultimo ad unirsi al gruppo quando nel 2001 mancò una rata da 112 milioni di dollari. La Grecia è il primo Paese industrializzato a essere insolvente con il Fondo (che come si ricorderà negli anni ’70 fece anche un prestito all’Italia). Ora Atene, come Harare o Mogadiscio, non può più accedere ad alcuna risorsa del Fondo stesso, finché ovviamente non paga i suoi debiti, e qualsiasi sua richiesta, si legge nel sito dell’Fmi, «non verrà più analizzata ». Anche se – puntualizza sempre il sito – Atene non perde il titolo di membro del Fondo (sono 188) e potrà usufruire dell’assistenza tecnica ove richiesta.
Quella che è partita ieri è una procedura meticolosamente ritualizzata. Entro due settimane la direttrice Lagarde invia una comunicazione al governatore della Banca di Grecia ( nonché alla Bce) «sottolineando la gravità della situazione » e chiedendo ufficialmente il pagamento. Se nulla accade, entro un mese il managing director (sempre Lagarde) notifica l’accaduto all’Executive Board. Ma la stessa Lagarde, per quanto sia stata sollecitata personalmente nientemeno che da Obama ad aver un approccio morbido alla vicenda (o forse proprio per questo) ha già detto che si avvarrà della sua facoltà di abbreviare questo passaggio. Che è cruciale perché è il momento in cui tecnicamente si parla di default, con un’avvertenza ulteriore: questo non comporta automaticamente il default verso altri creditori, l’Esm o la Bce, e non comporta neanche automaticamente la cancellazione del rating, per quello che può valere dopo il ridimensionamento del potere di Standard & Poor’s e Moody’s sancito dal Dodd-Frank Act del 2010 con esplicito riferimento ai creditori “ufficiali” come l’Fmi. Come dire, facciano quello che vogliono ma noi non ne saremo influenzati.
La procedura comunque, a meno che non venga interrotta a suon di banconote, prosegue: dopo ancora due settimane il managing director e il board si consultano, e nel frattempo inviano a tutti i rappresentanti degli Stati e ai governatori centrali una lettera accusando di “non collaborazione” il Paese in questione. Allo scadere del secondo mese parte un’altra nota di protesta ufficiale sempre dall’ufficio del direttore generale. Al terzo mese, ennesima nota di biasimo nonchè divieto di accesso ai diritti speciali di prelievo, una sorta di valuta di riserva del “tesoretto” del Fondo alimentata dai contributi degli Stati membri. Fra il sesto e il dodicesimo mese un’altra scadenza importante: dopo l’ennesimo scambio di lettere di protesta, scatta la declaration of ineligibility: la Grecia non potrà mai più avere soldi dall’Fmi. Al 15° mese si bloccano anche le “assistenze tecniche” di cui si diceva, al 18°viene messa ai voti del board l’espulsione della Grecia.
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