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«Il default della Grecia? Non metterebbe a rischio l’euro»

di Teresa Cometto

Non è vero che se la Grecia fa default deve lasciare l'euro. E che così crollerebbe l'Unione monetaria. E che per evitarlo i tedeschi devono salvare gli stati in difficoltà. La valuta unica europea è un'ottima idea che può funzionare senza unità fiscale, ma chiarendo che ogni membro è responsabile dei suoi conti: se si indebita troppo, può fare default, cioè non rimborsare in tutto o in parte i creditori come un'azienda privata. Far finta che i titoli sovrani fossero a rischio zero è il peccato d'origine dell'attuale crisi europea, ha spiegato al CorrierEconomia John Cochrane, docente di Finanza alla Booth school of business della University of Chicago e autore del blog The Grumpy Economist (L'economista burbero). Le sue provocazioni sono seguitissime dai molti economisti italiani che lavorano negli Usa e ne discutono su Noisefromamerika.org.
Come può evolversi la crisi greca?
«Dipende. Ogni passo fatto nell'affrontarla crea un precedente importante per gli altri Paesi e per l'Unione monetaria. Dalla soluzione della crisi greca si imparerà come l'euro zona continuerà a funzionare; se ci saranno salvataggi per tutti i membri; se verranno adottate misure di crescita o austerità».
Crede che la soluzione migliore sia il default?
«No, la soluzione ideale sarebbe per la Grecia adottare una politica di crescita economica con cui poter ripagare i debiti, ma Atene non sembra interessata a questa strada. È vero invece che il default non implica per forza l'uscita dall'euro. È possibile fare default e mantenere la stessa moneta. La Grecia è un semplice stato debitore, come tanti che hanno fatto default nei secoli, a partire dall'Inghilterra di Edoardo III che nel 1345 fece fallire la banca fiorentina Peruzzi, suo creditore. Attorno al 1830 diversi stati Usa fecero default e più recentemente la Russia e l'Argentina vi hanno fatto ricorso».
Ma un default della Grecia metterebbe nei guai le banche europee che hanno le casse piene dei suoi titoli…
«Certo. È una situazione che poteva essere evitata negli ultimi due anni e invece le autorità europee che controllano le banche le hanno incoraggiate ad aumentare gli acquisti di titoli greci, come se fossero a rischio zero, e a usarli come garanzie per i prestiti della Banca centrale europea, anch'essa ora piena degli stessi bond».
Anche con il nuovo governatore Mario Draghi la Bce continua a sbagliare?
«Non voglio fare commenti sulle persone. Il punto è che si è arrivati a un impasse: la Grecia non può e non vuole pagare i suoi debiti, la Germania non pagherà per tutti. Uno scenario probabile sarà il riaccendersi dell'inflazione in Europa: quando gli investitori non comprano più i titoli nuovi che dovrebbero rimpiazzare i vecchi in scadenza, la banca centrale può stampare più euro per continuare a comprarli».
E la via della maggior integrazione delle politiche fiscali europee?
«È un'altra cattiva idea. Significherebbe accettare il controllo tedesco sui bilanci della Grecia o dell'Italia e nessuno lo vuole, giustamente. L'unione monetaria può funzionare senza quella fiscale, basta stipulare che gli stati membri possono fare default come le aziende e che le banche, compresa quella centrale, devono trattare il debito sovrano come quello degli emittenti privati».
A proposito di Italia, i progetti di riforma del governo Monti sembrano piacere a Wall Street, che il premier ha da poco visitato: vanno nella direzione giusta?
«Le riforme annunciate, in particolare quella del mercato del lavoro, sono l'unica speranza per la crescita economica e quindi per ripagare i debiti. L'Italia avrà superato i suoi problemi quando apparirà in testa alle classifiche mondiali sui Paesi dove è più facile fare business o dove c'è meno corruzione. C'è una grande differenza fra uscire dalla crisi con politiche di austerità o di crescita: austerità di solito significa tasse più alte e crollo dell'economia; crescita è associata a meno regole sui capitali e i mercati, tasse più basse su una base più larga, un ambiente insomma che non toglie la voglia alla gente di creare un'impresa e assumere lavoratori».
Qualcuno spera che sia la Cina a salvare l'Europa…
«Sta già facendo un regalo all'America comprando migliaia di miliardi di dollari in bond del Tesoro Usa. Il pericolo è che più si ritardano le riforme, più è difficile dire a ogni gruppo — avvocati, farmacisti, camionisti e così via — che deve rinunciare alle sue condizioni speciali».
Anche il debito sovrano Usa è a rischio?
«Siamo tutti sulla stessa strada della Grecia, la differenza è quanto siamo lontani da una crisi. Anche l'America ha un debito pubblico crescente e nessun progetto di ridurlo, e la sua economia non cresce in modo robusto. A un certo punto gli investitori possono non voler più comprare nuovi T-bond al posto di quelli in scadenza. Ma è impossibile prevedere quando succederà».
Come può difendersi un risparmiatore, se nessun investimento è «sicuro»?
«Deve pensare al lungo termine, proteggendosi con titoli indicizzati all'inflazione e azioni che pagano buoni dividendi. Per un italiano, fondamentale è la diversificazione internazionale, con fondi monetari o azionari indicizzati».

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