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Il decreto 231 taglia la parte civile

di Giovanni Negri

No alla costituzione di parte civile nei processi per accertare la responsabilità delle società in base a quanto previsto dal decreto 231. E pietra tombale, per esempio, sulle speranze dei risparmiatori traditi di poter ottenere per questa via un risarcimento per investimenti fallimentari. A chiarire la questione, sulla quale i giudici di merito si erano espressi sinora in termini contraddittori, è stata la Corte di cassazione con la sentenza n. 2251 della sesta sezione penale depositata il 22 gennaio.

La Cassazione premette che, a suo avviso, il problema dell'ammissibilità della costituzione di parte civile nel procedimento a carico degli enti non dipende in maniera decisiva dalla risposta sulla natura della responsabilità prevista nel decreto 231. Si tratta, infatti, di una questione che rischia di diventare solo nominalistica, quando invece va affrontata sul piano dei contenuti della speciale disciplina processuale prevista a carico degli enti. In questa prospettiva, il punto di partenza non può che essere «la constatazione che nel dlgs 231/2001, manca ogni riferimento espresso alla parte civile». Un'assenza che, nella lettura della Corte, non può essere addebitata a una lacuna normativa, ma piuttosto a una scelta consapevole del legislatore che, in questo campo, si è voluto distanziare dalla normale disciplina del Codice. La parte civile, infatti, non è mai nominata all'interno del provvedimento.

Di più. Altri elementi confermano la volontà di escludere questo soggetto dal processo. La responsabilità patrimoniale dell'ente, infatti, è di fatto circoscritta all'obbligazione per il pagamento della sanzione pecuniaria e non c'è alcun riferimento ad altro genere di obbligazioni civili. Importanti, inoltre, le misure relative al sequestro conservativo che nel Codice di procedura penale ha una portata estremamente ampia, a garanzia delle obbligazioni civili derivanti dal reato. Nel decreto 231, invece, il suo campo di applicabilità è limitato all'obiettivo di assicurare il pagamento della sanzione pecuniaria e, inoltre, il sequestro può essere chiesto solo dal pubblico ministero. Così, osserva ancora la Cassazione, diventa difficile percorrere la strada di un'interpretazione in via analogica o estensiva delle misure del Codice soprattutto perché non c'è una vera e propria carenza normativa da colmare. «L'ampliamento della competenza del giudice penale ad occuparsi anche dell'azione civile avrebbe dovuto avvenire attraverso un'esplicita previsione di legge e a questo proposito si è rilevato, da parte di attenta dottrina, che l'articolo 111 Costituzione, così come modificato, pretende il rispetto del principio di stretta legalità quale "criterio direttivo di tutta la disciplina del processo penale", sicchè non sarebbe ammissibile ricorrere a un'interpretazione analogica degli articoli 185 cp e 74 cpp».

Non convincono poi le argomentazioni centrate sull'inquadramento dell'illecito dell'ente tra quelli che producono danni risarcibili sulla base dell'articolo 2043 del Codice civile e il riconoscimento della responsabilità dell'ente come fatto proprio, visto che la gestione dell'azione civile nel processo penale non rappresenta certo un principio generale dell'ordinamento, ma invece un'eccezione al principio di autonomia dei rispettivi giudizi. Non convince i giudici neppure un generale assetto del decreto 231 indirizzato a tutelare l'interesse dei danneggiati dal fatto illecito. L'esistenza, infatti, di un sistema di riduzione sanzionatoria collegato a condotte di "ravvedimento operoso" è una circostanza del tutto neutra rispetto al problema dell'ammissibilità della costituzione di parte civile, come dimostra la disciplina del processo a carico di imputati minorenni che ammette condotte di limitazione del danno ed esclude nello stesso tempo l'esercizio dell'azione civile nel processo penale.

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