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Il decennio della rivoluzione lenta

Per la prima volta dal 1978, cioè da quando Deng Xiaoping lanciò la fase capitalista, le entrate dei grandi ristoranti cinesi sono scese. È successo sia in gennaio che in febbraio. Fino all’anno scorso erano sempre salite, mese dopo mese. Segno un po’ mondano che il lungo ciclo di super-crescita della Cina è finito?
Le prospettive
L’opinione si sta diffondendo velocemente, soprattutto in Occidente. Il dato sulla crescita economica nei 12 mesi terminati in marzo, reso noto la settimana scorsa, sembra confermare chi vede nero: «solo» il 7,7%. Gli stessi nuovi dirigenti che sono saliti al potere di Pechino nei mesi scorsi, il presidente Xi Jinping e il primo ministro Li Keqiang, hanno fatto intendere che gli anni da leoni, con l’economia che cresceva del dieci per cento l’anno e raddoppiava ogni otto, sono finiti: ci si dovrà attestare su ritmi un po’ inferiori, sul 7,5%. Tutto ciò solleva timori in chi crede che il patto tacito tra zero democrazia in cambio di uno sviluppo economico rutilante possa entrare in crisi e creare tensioni sociali serie, con risultati catastrofici per la Cina e per l’economia del mondo.
Non è detto che per forza le cose debbano andare malissimo, però. Il calo di attività dei ristoranti è probabilmente dovuto al richiamo a un po’ di austerità nei comportamenti personali che i nuovi capi hanno rivolto ai milioni di militanti del partito e di funzionari pubblici. Lo stesso dato del 7,7% è viziato dal fatto che l’anno precedente era bisestile, cioè aveva un giorno in più: se si considerasse lo stesso numero di giornate di attività sarebbe in realtà molto vicino all’8%. Ma per non essere catastrofisti ci sono ragioni più rilevanti di queste tutto sommato piccole spiegazioni.
Innanzitutto, l’economia sta dando segni di progressivo bilanciamento. Uno dei grandi timori che faceva parlare di insostenibilità del modello cinese era il fatto che gran parte della crescita fosse guidata da un’enorme massa di investimenti: nel 2009, per dire, non lontana dal 90% del Prodotto interno lordo (Pil). Nel primo trimestre di quest’anno, invece, gli investimenti sono stati pari al 30% del Pil, mentre il 55% della crescita è arrivato da maggiori consumi, nonostante gli inviti di Xi e Li ai risparmi di partito. Ciò tende a rendere la Cina anche meno vulnerabile al calo delle esportazioni provocato dal rallentamento dell’economia mondiale. Secondo, la nuova leadership sembra molto consapevole della necessità di riforme. Sa bene che la crescita economica non basta più ai cinesi: la corruzione, l’inquinamento spaventoso, l’insicurezza dei cibo, l’aumento delle disuguaglianze sociali sono questioni sempre più in alto nella lista delle loro priorità.
Xi e Li non si faranno catturare dalle sirene e non si metteranno su strade avventuriste: non è nella storia del partito comunista cinese. Sembrano però decisi ad affrontare questi problemi: a differenza che nel decennio scorso, dove tutto andava bene, ora i guai sono venuti a galla e l’economia del mondo non tira più; riformare è obbligatorio.
Nella sua conferenza stampa di marzo, il premier Li ha pronunciato la parola «riforme» più di 20 volte. Il modello di Xi e Li, tra l’altro, sembra essere Zhu Rongji, il premier che negli Anni Novanta guidò con polso inflessibile le riforme economiche in un quadro politico interno e internazionale non facile.
Il gioco valutario
Un certo zelo riformatore si può sperare anche nei confronti della politica del figlio unico, all’origine di un preoccupante invecchiamento precoce della popolazione. Il progetto di liberalizzazione del mercato bancario e finanziario — propedeutico anche alla piena convertibilità dello yuan e alla sua possibile ascesa allo status di valuta di riserva — va lentamente avanti, pur tra resistenze enormi nelle banche e nelle imprese di Stato. Un certo decentramento delle scelte di politica di bilancio potrebbe iniziare in tempi non lontani, anche per affrontare più efficacemente il preoccupante debito accumulato dalle autorità locali, stimato in 1.800 miliardi di dollari.
Le sfide di un’economia che vale ormai 8.300 miliardi di dollari e che tra pochi anni supererà per dimensioni quella americana sono enormi. Ed enormi saranno le resistenze al cambiamento. Ma per ora la situazione non è fuori controllo. E la nuova leadership sembra cosciente dei problemi. Meno ristoranti e qualche riforma.

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